Conte punge il Chelsea: "Prenderlo a quel prezzo sono bravi tutti"
Nel corso del suo intervento a Sky Sport, Antonio Conte ha lanciato una frecciata al Chelsea. Ha messo in risalto un problema che va avanti da anni nel calcio italiano.

Da tempo il calcio italiano vive una fase di evidente declino, non solo tecnico ma anche economico. I diritti televisivi non garantiscono più introiti paragonabili a quelli della Premier League e questo limita in modo significativo la capacità dei club di investire sul mercato. In Inghilterra, invece, la potenza finanziaria è tale da consentire operazioni che in Serie A restano semplicemente impensabili. A ciò si aggiunge il fatto che alcune società, per loro natura, dispongono già di risorse quasi illimitate.
Nel corso di un intervento a Sky Sport, Antonio Conte ha voluto sottolineare questa disparità, lanciando una frecciata neanche troppo velata al Chelsea e al suo modo di operare sul mercato: "La differenza di età media col Chelsea è evidente... Cosa conterà di più domani? Se hai la possibilità di spendere per giocatori di 22 anni magari 120-130 milioni… Basti pensare a Caicedo e Fernandez presi a 250 milioni. A prendere Estevao a 60 milioni siamo tutti bravi... Vorrei farlo anche io col mio presidente, ma ci sono solo certe società che possono farlo".
Conte ha poi ampliato il discorso, evidenziando come il problema non riguardi solo l'Italia, ma la distanza strutturale che separa la Serie A dai principali campionati europei: "In Italia non si può fare, nessuno. In Inghilterra ci sono tante squadre che possono farlo. In Spagna anche il Real Madrid, che prese Vinicius a 70 milioni quando aveva 17 anni. Bisogna fare discorsi veritieri, ci sono realtà diverse e quella inglese è molto diversa rispetto alla nostra. Se costruisci una squadra giovane poi negli anni diventa ancora più forte e dominante".
Conte mette in risalto un problema che va avanti da anni. Il divario con la Premier League non è soltanto economico: riguarda anche la qualità delle infrastrutture, dei settori giovanili, della programmazione. Molte società italiane non dispongono nemmeno di centri sportivi all'avanguardia, indispensabili per accompagnare la crescita dei talenti. Non sorprende, dunque, che il nostro movimento fatichi a produrre giocatori di alto livello con continuità.
Se il calcio italiano vuole tornare competitivo, non può limitarsi a inseguire economicamente chi è ormai irraggiungibile. Deve piuttosto interrogarsi sui propri vivai, sulle metodologie di lavoro, sulla capacità di formare calciatori moderni. Solo individuando le criticità alla radice sarà possibile colmare, almeno in parte, un gap che oggi appare siderale.
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