Chi è Alisson Santos, ala funzionale al calcio moderno. Un ragazzo riservato
Alla scoperta di Alisson de Almeida Santos, chi è l'esterno brasiliano che il Napoli sta per acquistare dallo Sporting. Il classe 2002 è un prospetto molto interessante.

Nel calcio brasiliano moderno, dove i talenti vengono identificati, marchiati e venduti prima ancora di essere compresi, Alisson de Almeida Santos è un’anomalia. Non perché manchi di qualità, ma perché la sua carriera ha seguito una linea più lenta, più opaca, quasi controcorrente. Non è cresciuto sotto i riflettori di Rio o San Paolo, né è stato presentato come il “nuovo qualcuno”. È arrivato fin qui passando da strade secondarie, e forse è proprio questo a renderlo oggi un profilo interessante per il calcio europeo.
Alla scoperta di Alisson Santos
Famiglia, radici e prime rinunce. L’infanzia di Alisson è segnata da trasferimenti frequenti e da una quotidianità spartana. Campi polverosi, allenamenti lontani da casa, lunghi viaggi in autobus. Non c’è il mito del “predestinato”: c’è piuttosto quello del ragazzo che arriva sempre un po’ dopo, ma che resta. Un aneddoto raccontato in ambiente Vitoria parla di un giovane Alisson che, durante le giovanili, veniva spesso utilizzato come esterno a tutta fascia o persino come laterale offensivo “di sacrificio”, più per la sua disponibilità al lavoro che per l’estro. È lì che nasce una caratteristica che ancora oggi lo distingue: l’assenza di fronzoli inutili.
Nato nel 2002 a Itapetinga, nello stato di Bahia, una delle regioni più povere e al tempo stesso più prolifiche dal punto di vista calcistico, Alisson cresce in una famiglia in cui il pallone è parte della quotidianità, ma mai una promessa facile. Suo padre, Ady, è stato un calciatore professionista itinerante, con una carriera lontana dai grandi palcoscenici. È da quella esperienza che il figlio sembra aver assorbito un’idea precisa del mestiere: il calcio non è spettacolo, ma lavoro.

Dalla periferia al professionismo
Il Vitoria diventa il suo primo vero banco di prova. Non è il talento più appariscente del vivaio, ma è quello che cresce di più fisicamente e mentalmente. L’esordio tra i professionisti arriva presto, ma senza continuità: poche presenze, pochi palloni toccati, zero gol. Nulla che faccia rumore. Seguono i prestiti a Nautico e Figueirense, nel cuore della Serie C: stadi piccoli, ritmi spezzati, difensori esperti e duri. Qui Alisson impara un altro mestiere fondamentale: quello del calciatore utile. Non sempre decisivo, ma raramente fuori contesto. Un allenatore del Figueirense lo definisce così: “Non chiede mai il pallone, ma quando glielo dai sa cosa farne”. I prestiti a Nautico e Figueirense, rappresentano una fase formativa più che produttiva. Campionati duri, poco estetici, dove gli esterni imparano soprattutto a sopravvivere. In quegli anni Alisson non diventa un goleador, ma affina una qualità meno appariscente: la capacità di restare dentro la partita anche quando la partita non gli appartiene.
Il Portogallo come punto di svolta
Il trasferimento in Portogallo, inizialmente all’Uniao de Leiria, segna una cesura netta. Per la prima volta Alisson entra in un sistema che privilegia la lettura degli spazi, la posizione, la scelta. I numeri migliorano, ma soprattutto cambia la percezione del giocatore: non più solo un esterno atletico, ma un attaccante capace di adattarsi a un contesto organizzato. Alisson scopre un calcio più tattico, più leggibile, dove la corsa va accompagnata dal pensiero. Segna, cresce, si fa notare. Tanto da attirare l’attenzione dello Sporting CP, club che negli ultimi anni ha costruito un ecosistema ideale per ali e attaccanti dinamici. A Lisbona non diventa subito titolare: viene gestito, inserito gradualmente, spesso utilizzato a gara in corso. Ed è proprio in questo ruolo che Alisson si costruisce una nuova identità e contro difese alte o stanche, la sua progressione diventa un’arma concreta, soprattutto nelle competizioni europee.
Un’ala funzionale al calcio moderno
Dal punto di vista tecnico, Alisson Santos non è un giocatore ornamentale, non è un’ala estetica. Non cerca l’applauso, cerca il vantaggio. Il suo gioco è diretto, essenziale, quasi angolare.
Predilige la conduzione lunga, l’attacco alla profondità e il movimento senza palla. Parliamo di un attaccante di strappo più che di possesso, fisicamente pronto al duello. Il dribbling è presente e funzionale, ma mai fine a se stesso. La finalizzazione è più efficace quando arriva in corsa che da fermo. Non ama ricevere spalle alla porta, ma sa occupare bene il secondo palo. Non è ancora un creatore primario, ma è un interprete affidabile, capace di occupare più ruoli offensivi: ala su entrambe le fasce, seconda punta mobile, esterno in un sistema a tre attaccanti. Tatticamente è il tipo di giocatore che gli allenatori apprezzano prima dei tifosi: lavora, pressa, accetta rotazioni e sacrifici. Non chiede centralità, ma la sfrutta quando gli viene concessa.
Tattica e affidabilità
Dal punto di vista tattico, Alisson è un giocatore plasmabile: ala destra o sinistra, esterno alto in un tridente, ma anche seconda punta di movimento. È prezioso per allenatori come Conte che chiedono pressing offensivo, transizioni rapide, esterni che lavorino anche senza palla.

Un’identità costruita nel tempo
Fuori dal campo, Alisson mantiene un profilo basso. Pochi social, nessuna esposizione eccessiva. A 23 anni non è ancora una stella, e forse non lo sarà mai nel senso tradizionale. Ma nel calcio europeo contemporaneo, dove il valore passa sempre più dalla compatibilità tattica e dalla sostenibilità mentale, Alisson Santos rappresenta una figura sempre più rara: un attaccante che è arrivato tardi, ma che sembra sapere esattamente perché è arrivato. E a volte, nel calcio come nella vita, è una forma di vantaggio.
Curiosità e identità
Nonostante le origini brasiliane, Alisson ha legami familiari nordafricani, che in passato hanno alimentato curiosità su una possibile doppia nazionalità.
È noto per essere molto riservato: pochi social, vita privata protetta, nessuna esposizione superflua.
Ama rivedere video delle proprie partite, soprattutto gli errori: un’abitudine ereditata dal padre.
Conclusione
Alisson Santos non è ancora una stella. Ma è qualcosa che spesso conta di più: un giocatore in piena traiettoria di crescita, con fondamenta solide, una storia coerente e una mentalità già europea. Nel calcio che consuma tutto in fretta, lui ha imparato a durare. E spesso, chi dura, arriva più lontano di chi brilla subito.

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