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ADL è ricco, ma non miliardario. Lo stadio del Napoli resta un'illusione

La classifica dei patrimoni dei proprietari delle squadre di Serie A racconta una verità: nel calcio dominato da miliardari globali, la famiglia De Laurentiis è una proprietà relativamente piccola ma tra le più efficienti.


Vincenzo ImperatoreVincenzo ImperatoreAnalista finanziario e giornalista

12/03/2026 21:19 - Altre notizie
ADL è ricco, ma non miliardario. Lo stadio del Napoli resta un'illusione

Aurelio De Laurentiis è ricco. Ma non è ricchissimo. Nel calcio di oggi la differenza non è semantica, è strutturale. Perché tra essere ricchi e essere tra i miliardari globali che stanno entrando nel pallone c’è una distanza enorme. Una distanza che si misura in decine di miliardi.


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De Laurentiis ricco, ma non miliardario

E allora la domanda diventa inevitabile: voi investireste tutto il vostro patrimonio personale in capitale di rischio? È una domanda semplice, quasi banale. Ma è anche una domanda che nel calcio italiano sembra non porsi mai nessuno. Perché tra aspettative dei tifosi, dichiarazioni dei presidenti e narrazioni spesso un po’ fantasiose della cronaca sportiva, la distanza tra ciò che si chiede ai club e ciò che è economicamente possibile diventa enorme.


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Basta guardare i numeri.

La classifica dei patrimoni pubblicata da Forbes e ripresa da Calcio e Finanza racconta una realtà molto chiara: il calcio italiano è sempre più popolato da proprietari con disponibilità finanziarie gigantesche. In cima alla lista dei club legati alla Serie A troviamo i fratelli Robert Hartono e Michael Hartono, con un patrimonio stimato intorno ai 38,5 miliardi di dollari.

Subito dietro ci sono imprenditori e fondi con ricchezze che superano di molte volte quelle dei proprietari tradizionali del calcio italiano: Dan Friedkin con circa 11,4 miliardi, la famiglia Joey Saputo con 6,4 miliardi, Rocco Commisso con 5,6 miliardi, Renzo Rosso con 4,5 miliardi, fino a John Elkann con circa 2,5 miliardi.

tabella presidenti patrimoni serie A

Il patrimonio di De Laurentiis

In questo elenco, però, non compare la famiglia De Laurentiis. Secondo le stime di Forbes, il patrimonio familiare era valutato qualche anno fa intorno ai 200 milioni di euro e oggi viene indicato attorno ai 300 milioni. Non stiamo parlando di persone povere, ovviamente. Ma stiamo parlando di un ordine di grandezza completamente diverso rispetto ai miliardari che stanno entrando nel calcio europeo.

Ed è proprio qui che il caso Napoli diventa interessante.

Perché se il calcio fosse semplicemente una gara tra patrimoni personali, il club partenopeo dovrebbe essere destinato a un ruolo marginale. Invece negli ultimi vent’anni è accaduto l’opposto. Il Napoli è diventato una delle società più solide d’Europa dal punto di vista finanziario, con bilanci sempre in equilibrio economico-finanziario, un indebitamento limitato e risultati sportivi culminati nello scudetto.

In altre parole, la famiglia De Laurentiis ha dimostrato qualcosa che nel calcio moderno non è affatto scontato: si può essere competitivi anche senza avere un patrimonio da decine di miliardi, purché il club venga gestito come un’impresa.

Il problema nasce quando questa realtà finanziaria si scontra con le aspettative dei tifosi, spesso alimentate da analisi superficiali di commentatori sportivi che con i numeri hanno un rapporto piuttosto distratto.

Negli ultimi anni il dibattito sul nuovo stadio del Napoli è diventato quasi permanente. Il presidente parla spesso della possibilità di costruire un impianto di proprietà o di realizzare una grande riqualificazione dello Stadio Diego Armando Maradona. Molti tifosi interpretano queste dichiarazioni come l’annuncio di un investimento imminente.

Ma anche qui basta fare due conti.

Costruire uno stadio moderno oggi significa investire tra i 250 e i 300 milioni di euro. Una cifra enorme per qualsiasi imprenditore, ma soprattutto per una famiglia il cui patrimonio complessivo è stimato poco sopra quella soglia.

Non solo. Con una coperta che non è infinita, negli ultimi tempi si sentono discorsi piuttosto fantasiosi sulla capacità economico-finanziaria del Napoli di sostenere contemporaneamente:

– investimenti nella rosa (tra acquisti, ingaggi e ammortamenti circa 250 milioni l’anno),

– la costruzione del nuovo centro sportivo (tra 50 e 100 milioni),

– e perfino la realizzazione di uno stadio nuovo.

Champagne!

A Napoli si dice: “Sciaqua Rosa e viva Agnese”, cioè spendi senza ritegno, tanto paga qualcun altro.

E torniamo allora alla domanda iniziale.

Voi investireste tutto il vostro patrimonio personale in capitale di rischio?

Probabilmente no. E difficilmente lo farebbe anche un imprenditore razionale.

Perché se è vero che il Napoli può permettersi oggi (e dobbiamo andare a Lourdes tutti gli anni per ringraziare una proprietà cosi efficiente) la gestione di una rosa competitiva e anche la costruzione di un nuovo centro sportivo, appare invece poco credibile, leggendo i numeri che si possa sostenere anche l’investimento per lo stadio nuovo.

Perché per la famiglia De Laurentiis un investimento diretto di quella dimensione significherebbe immobilizzare quasi tutta la propria ricchezza in un’unica operazione immobiliare legata al calcio, con tempi lunghi, rischi urbanistici e ritorni economici incerti. Una scelta che avrebbe senso solo attraverso strutture finanziarie complesse, come operazioni di project financing, e con un forte coinvolgimento pubblico.

Ed è qui che entra in gioco la comunicazione strategica di Aurelio De Laurentiis che continua a ripetere che il Napoli avrà uno stadio di proprietà per compensare (lo ha ribadito recentemente anche Bianchini) quel gap di circa 70 milioni di ricavi che mancano al conto economico della società per competere con i grandi club europei.

Una comunicazione che io leggo diversamente: è una strategia di pressione sull’opinione pubblica e sulle istituzioni, con l’obiettivo di spingere verso una ristrutturazione dello stadio Maradona finanziata con fondi pubblici. In altre parole: modernizzare l’impianto senza che il club debba mettere sul tavolo centinaia di milioni.

Dal punto di vista imprenditoriale è una strategia perfettamente razionale.

Il paradosso è che mentre il presidente del Napoli gioca questa partita con una certa abilità, una parte della cronaca sportiva continua a raccontare la vicenda ignorando completamente la dimensione finanziaria del problema. Eppure è proprio guardando i numeri che si capisce la vera storia.


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Vincenzo ImperatoreVincenzo Imperatore
Laureato in Economia e Commercio, ha lavorato 22 anni come manager di un istituto di credito. Dal 2012 è un libero professionista, saggista, scrittore e giornalista pubblicista. Collabora con importanti testate.
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