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Otranto: "Napoli, il calcio, la luce e i colori dell'anima. Maradona, De Laurentiis e la foto che sogno"

Le parole del noto fotografo: "Spero di rivedere ancora una volta via Caracciolo piena di tifosi e di bandiere come nel giorno del primo scudetto".


Luca CirilloLuca CirilloGiornalista

01/05/2019 19:32 - Interviste
Otranto: Napoli, il calcio, la luce e i colori dell'anima. Maradona, De Laurentiis e la foto che sogno
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Una cascata di ricci, la chiara somiglianza con Robert Downey Jr e una esplosione di espressioni intense, ma soprattutto una simpatia contagiosa: lui è Salvatore Otranto, artista della fotografia tra i più apprezzati di Napoli e non solo. Il cognome sembrerebbe tradire le origini, tuttavia è partenopeo da generazioni. Ha girato il mondo e in ogni sua fotografia c’è tutta la forza di un viaggio continuo per le strade della fantasia alla velocità della luce. Naturalmente è tifoso del Napoli fin da ragazzino.



Salvatore, la fotografia più bella di Napoli che hai fatto…

“Più che una foto, uno scatto. Scatto in senso di movimento fulmineo: Napoli mi ha regalato la sapienza innata dell’incedere agile per catturare l’inquadratura migliore dal posto più impensabile. Ci sono tante foto che rappresentano al meglio la mia città come la intendo io e il mio sentirmi napoletano”.

Hai iniziato presto la tua professione…

“Ho sperimentato molto prima di trovare la mia strada. A 17 anni ho fatto un periodo di prova in Texas, dove tutt’ora vive mia sorella. A quell’epoca coltivavo più la passione per la musica e per il calcio. Da ragazzino ho giocato come tutti, da scugnizzo, in ogni angolo di strada. A scuola, inoltre, ero tra i pochissimi a seguire Pink Floyd, Genesis e i più grandi gruppi. Poi mi fu regalata la prima macchina fotografica, una Minolta srt 101, che non aveva automatismi e quindi mi sentii in dovere di imparare tutto per farla funzionare al meglio. Aveva tempi e diaframma, era senza pulsante automatico e con esposimetro interno. Iniziai subito a studiare il tempo, la luce, l’esposizione... Diventai il fotografo del mio gruppo di amici e i primi scatti li feci proprio al San Paolo. Fotografavo i tifosi, i calciatori, i momenti più belli con quel fenomeno di Maradona”.

A proposito, che rapporto hai con il calcio e con il Napoli?

“E’ cambiato nel tempo, ma la partita resta un appuntamento imperdibile, un rito, una liturgia che va oltre la sfida stessa. Quando gioca la mia squadra sento un richiamo irresistibile. E se lavoro, faccio di tutto per seguirla comunque con trepidazione doppia. E’ come la donna della vita, come fai a darle buca? Sin da quando avevo 7-8 anni lo stadio era la nostra chiesa, andavamo a piedi. Facevamo gruppo e poi entravamo gratis con le persone che ci accompagnavano. Poi il clima in Curva è cambiato e nel tempo mi sono allontanato, ma la partita non me la perdo mai”.

Sembri quasi distaccato…

“Distaccato no, ma io nel calcio vedo solo i valori quali l’appartenenza, la gioia di tifare tutti insieme quasi come una catarsi. Tutto quel che c’è intorno ha iniziato a stancarmi. Troppi interessi. Ed infatti, ti sembrerà strano, ma la partita che ho nel cuore in tutti questi anni targati De Laurentiis è la prima al San Paolo: Napoli Cittadella 3-3, sono stato uno dei primi a sottoscrivere l’abbonamento perchè per me era come una missione, ovvero aiutare un fratello molto malato che stava uscendo dalla crisi. Ho ancora la bandiera che comprai e che porto in giro per il mondo. E’ senza sponsor, c’è scritto semplicemente “Napoli” ed esprime solo identità. Il Napoli in quel momento post fallimento aveva solo una forza e null’altro: noi tifosi!”.

I tre scatti migliori dell’epoca De Laurentiis

“I palloni comprati da Montervino: che tenerezza, che voglia di rinascita! Il secondo momento è l’arrivo di Benitez a Napoli. Non me lo sarei mai aspettato e infatti grazie a lui sono arrivati calciatori che ancora oggi sono pilastri della squadra. Penso ad Albiol e Callejon su tutti. Terzo, l’arrivo di Carlo Ancelotti. Inizialmente ero convinto fosse una bufala, invece è tutto vero. Diamogli fiducia”.

Il calciatore del Napoli con più luce?

“Koulibaly senza ombra di dubbio. Quando guardo lui vado oltre il calcio: penso alla politica, agli ideali, alla nobiltà d’animo, al sentirsi parte di una famiglia. Ha detto no alla nazionale francese per vestire la maglia del suo Senegal, e poi difende i nostri colori con grande orgoglio e senza badare più di tanto al portafogli. Fa anche molta beneficenza e lotta contro l’idiozia del razzismo. Fossi in De Laurentiis venderei tutti, ma non lui. Kalidou è un simbolo! Mi sento rappresentato più da lui che dallo stesso Insigne al quale  voglio comunque bene, ci mancherebbe, ma in Lorenzo, con tutto il rispetto, vedo meno contenuti”.

Il Napoli tra dieci anni come te lo immagini?

“Vedo avvicendamenti in famiglia, ma sempre con Aurelio De Laurentiis nelle retrovie. Non capisco le contestazioni. A me non piacciono gli schieramenti, quindi non esalto il presidente né lo attacco: mi fermo alle valutazioni oggettive. Da quando c’è lui la parabola mi sembra crescente, è sempre puntuale nei pagamenti ai calciatori e non siamo in affanno. Meglio lui che qualche cinese avventuriero. Poi che non sia un grande comunicatore, mi sembra evidente ed è un peccato”.

Sei stato anche a bordocampo qualche volta…

“Si. Ricordo un Napoli-Juventus, prima in Serie A dopo la retrocessione in B: c’era Zeman in panchina, partita stupenda. Un primo tempo straordinario, mai visto prima, gli azzurri sembravano stellari. Poi la sconfitta nella ripresa per 1-2 e la lunga striscia di risultati negativi. Ricordo con piacere anche la partita di addio al calcio di Antonio Careca, sempre al San Paolo”.

Qual è l’angolo più bello di Napoli per scattare foto?

“Un punto di via Petrarca meno battuto, ci vado spesso. Lì vedo bene tutto. Molti si fermano a Sant’Antonio a Posillipo ma più per un fatto di comodità visto che c’è la piazza. Più internamente dico San Domenico Maggiore. C’è uno “spaccato” - se vai di mattina presto d’estate lo vedi – in cui quando arriva il sole si illumina come una pila ed evidenzia tutti i colori dei negozietti e degli angoli”.

Cos’è per te una fotografia?

“Conoscenza, studio, ma anche catturare l’istante per renderlo dinamico per sempre nei ricordi dell’attimo. Agli sposi chiedo sempre un appuntamento prima del loro matrimonio per capire come la pensano e cosa si aspettano da me. In questo modo, nel giorno più bello, non c’è bisogno di parole inutili, ma solo di intese”.

Tornando al calcio e al Napoli, c’è una foto che speri un giorno di realizzare?

“Premettendo che con questa Juve è più facile vincere in Europa che in Italia, spero di rivedere ancora una volta via Caracciolo piena di tifosi e di bandiere come nel giorno del primo scudetto. E’ il sogno di tutti noi questa "foto", magari battendo proprio la Juventus. Questa volta, per immortalare il momento, userei un drone fotografico guidato da me”. 

Regista cinematografico preferito?

“Stanley Kubrick, perchè era prima di tutto un fotografo. Un visionario in grado di vivisezionare la realtà e l’umanità come pochi nella storia del cinema. Ha attraversato tutti i generi con grande sapienza e disinvoltura: un talento rarissimo”.

Dove hai trovato la luce migliore per i tuoi scatti?

“La Grecia ha una luce pazzesca come tutto il mediterraneo. Anche il Messico ha albe e tramonti meravigliosi: ti rapisce l’anima. In generale dico che a questa domanda non si può rispondere, perchè la luce non è mai la stessa per tutti, la noti a seconda dei sentimenti che stai provando in quell’esatto istante. Magari accompagnata anche da rumori e profumi. Molte cose non hanno spiegazioni”.

 

 C’è una foto che ti rappresenta meglio?

 “Si, è un autoritratto fotografico: da un lato sono zombie e dall’altro Charlie Chaplin che per me è la massima espressione dell’arte in assoluto. Il trucco è curato dalle mie figlie che “minaccio” costringendole a vedere i film di Totò il quale indicava proprio Chaplin come il padre di tutti noi perché ci ha insegnato la comunicazione senza l’uso della parola, ma solo con il ritmo dell’universo. Lo stesso Lucio Dalla, altro genio e poeta assoluto, parla di Chaplin e di Totò come suoi riferimenti massimi. Mica è un caso?”.

Sei Chaplin e zombie insieme?

“Si, nel senso dell’uomo che vive di arte e si avvicina alla morte con serenità. L’Arte è vita che rende eterna la parte mortale dell’uomo. Di Totò e Chaplin resterà per sempre l’arte. In tal senso spero che possa restare per sempre qualche mia fotografia”. 

Di recente hai realizzato bellissime foto in teatro ad artisti straordinari.

“Sono felice che Lino D’Angiò, Francesca Marini, Gianfranco Iervolino e il grande Tenore Francesco Malapena abbiano apprezzato le mie fotografie: “E fuori Musica, onde Radio in FM” è uno spettacolo davvero imperdibile e aver catturato le espressioni e i momenti più belli è motivo di gioia”.


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Luca CirilloLuca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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