Napoli o Milan? Ibra esce allo scoperto: "Vengo da un altro pianeta, non rifiuto mai le sfide"

Lo svedese ha ancora voglia di giocare: "Il mio pianeta si chiama Zlatan Planet: qualche cosa che nessuno ha mai visto. Sono un ragazzo del ghetto".
Zlatan Ibrahimovic, accostato al Napoli (dai media americani) e al Milan (la maggior parte dei cronisti credono che i rossoneri siano in netto vantaggio), esce allo scoperto concedendo un'intervista alla BBC: "Io vengo da un altro pianeta. Il mio pianeta si chiama Zlatan Planet: qualche cosa che nessuno ha mai visto. Sono un ragazzo di quella zona che tutti chiamano ghetto: mi vedevano diverso, non mi facevano sentire il benvenuto, ma ho mostrato loro qualcosa di diverso e ora gli altri mi seguono. Manchester United? Quando ho deciso di andare in Inghilterra ho parlato prima con diversi giocatori che conoscevo. Tutti mi dicevano di non andare. Mi dicevano che non sarebbe stato un bene per la mia carriera perché in Inghilterra si viene giudicati dopo appena una stagione. Se non fai bene la prima diranno tutti che non servi a nulla. Queste parole hanno innescato in me la sfida: era quello che volevo sentirmi dire. Pensavano fossi vecchio; poi io, a 35 anni, ho fatto sembrare la Premier vecchia. Era una sfida e io non le ho mai rifiutate. La Premier dovrebbe esser felice del fatto che io non sia andato in Inghilterra 10 anni prima, altrimenti la sua storia sarebbe stata ben diversa. Lo United era la squadra giusta per me. Il club e la maglia che dovevo far brillare e io l'ho fatto. Lì mi sono sentito come `Benjamin Button´, stavo diventando ogni giorno più giovane. Poi, purtroppo, mi sono infortunato".
"Quando è successo non ho capito a cosa sarei andato incontro, perché non avevo mai avuto un infortunio serio. Ero come Superman, indistruttibile. Nessuno poteva rompermi. Allora mi sono detto 'questo non è il modo di smettere di giocare a calcio, voglio tornare e giocare come facevo prima. Capello? Dal primo giorno di allenamento alla Juve l'ho sentito gridare 'Ibra'. Prendeva i ragazzi delle giovanili e li faceva allenare con me: loro crossavano, io dovevo fare gol. Ogni giorno per 30 minuti. Io volevo solo andare a casa perché ero stanco e non volevo più tirare, né vedere la porta e i portieri. Sentivo sempre quell'urlo 'Ibra' e sapevo cosa significasse. Tiravo, tiravo. Alla Juve mi hanno fatto capire 'qui siamo ad alti livelli, sei un attaccante, quindi devi darci gol. Se non li fai, non abbiamo bisogno di te'. Tutto era nuovo per me: grande squadra, grandi giocatori, grande allenatore, grande storia".







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