"Io, tifoso del Napoli cacciato da Marassi per aver reagito agli insulti"
"C'è poco da giustificarti o difenderti quando sai che la parte che dovrebbe difenderti e tutelarti è in malafede. Tutto è successo esattamente all'ottantesimo minuto"

Armando Rusciano, tifoso del Napoli, era presente ieri allo stadio Luigi Ferraris. Il tifoso azzurro è stato intervistato da Ilaria Puglia, collega de Ilnapolista.it per raccontare, in particolare, un episodio vergognoso accaduto a Genova.
In quale settore hai visto la partita, ieri?
"Ero in compagnia di amici di Genova in Tribuna Centrale, sotto la Tribuna d'Onore. Un settore che dovrebbe essere molto lontano dagli atteggiamenti beceri che a volte caratterizzano il tifo delle curve e invece, già prima che iniziasse la partita, hanno iniziato ad insultarci. Quindi non si è trattato di un surriscaldamento degli animi così come, per capirci, è successo nella vicenda Sarri-Mancini".
Che atmosfera c'era allo stadio?
"Brutta. I cori razzisti contro i napoletani sono iniziati già da prima della partita e sono continuati fino alla fine. Non erano solo cori: si è trattato di un'intimidazione continua che dalla televisione non si poteva sentire".
In che senso "intimidazione continua"? Che dicevano?
"Cose del tipo: "Non ci dovete venire qua", "napoletani di m....". Roba così. Quasi sussurrati all'orecchio, rendo l'idea? Alla fine del primo tempo una persona molto distinta che frequenta la tribuna anche a Napoli ha iniziato ad avere paura perchè era con il figlio sedicenne. L'ho rassicurato dicendogli che, trovandosi in Tribuna, era protetto dalla tanta polizia presente. Bastava solo non reagire agli insulti".
E poi cos'è successo?
"Al goal di Mertens non ce l'ho fatta più. Mi sono girato, gli ho fatto il gesto che fa Toni quando segna, quello con le mani dietro le orecchie, e gli ho mostrato la mia sciarpetta. Per tutta risposta, steward, celerini, poliziotti, fra un po' veniva pure l'esercito, mi hanno prelevato e cacciato dallo stadio. Sembrava che la polizia non aspettasse altro che cacciare qualche napoletano per usarlo come capro espiatorio. Dopo tutto quello che avevamo subito, alla prima reazione, ti giuro, in due secondi mi hanno prelevato e portato via. Tutti i disordini erano diventati all'improvviso colpa mia".
Hai provato a giustificarti spiegando loro cosa avevi dovuto subire fino ad allora?
"C'è poco da giustificarti o difenderti quando sai che la parte che dovrebbe difenderti e tutelarti è in malafede. Tutto è successo esattamente all'ottantesimo minuto, al goal di Mertens. Il mio ero uno sfottò, volevo dire "insultateci pure, tanto non vi sento, siamo troppo forti per voi". Forse era fuori luogo per la tensione accumulata, ma ti assicuro che era solo uno sfottò rispetto a tutto quello che avevamo subito e invece sono diventato un hooligan. Noi i "cattivi napoletani" e loro i "civili genovesi". È assurdo quanto la realtà possa essere distorta".
La polizia ti ha accompagnato personalmente fuori dallo stadio?
"Sì, hanno preso le mie generalità e mi hanno portato fuori. Tra l'altro sono rimasto da solo, fuori, perchè ero a piedi e dovevo aspettare i miei amici che uscivano. Mi guardavo intorno anche un po' impaurito. È stato un brutto quarto d'ora".
I tuoi amici come hanno commentato l'accaduto?
"Erano imbarazzati. Fortunatamente non tutti i genovesi sono così. Ho fatto un anno di università a via Balbi, a Genova, e ti assicuro che è una città assolutamente civile, splendida da tutti i punti di vista. Si tratta di una parte della popolazione che è incancrenita da questo odio nei nostri confronti, inspiegabile. È gente frustrata. Ho notato che negli ultimi anni questa cosa è peggiorata, forse per la crisi economica, la gente che già di per sè è cattiva quando è esasperata tira fuori il peggio di sè. Noi comunque alle offese reagiamo sempre con gli sfottò. Sono più divertenti, più civili e ho notato che loro vanno pure più "in freva"...".
Tornerai a Genova per vedere una partita del Napoli?
"Spero di sì , magari in un clima meno esasperato. Per adesso vado a prendere il treno per Napoli. Me ne torno a casa mia...".
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