Galli ammette: "La Lombardia ha fallito, i problemi sono stati due. Serve un altro mese di stop"

Massimo Galli, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, ha rilasciato un'intervista ai microfoni di TPI.
L'Italia è stato il primo paese europeo ad essere travolto dall'emergenza Coronavirus. La regione più colpita dal terribile morbo è stata la Lombardia che conta migliaia di deceduti. Situazione davvero drammatica in alcune città come Brescia e Bergamo. Massimo Galli, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ha rilasciato un'intervista ai microfoni di TPI. Vi proponiamo alcuni stralci di questa intervista.
Professor Galli, lei ha recentemente parlato di un clamoroso fallimento della medicina territoriale in Lombardia. Che cosa intendeva dire?
"Questa è una domanda a cui è un po’ complicato rispondere, nel senso che non ti fai uno stuolo di amici. La Lombardia rispetto ad altre regioni, come ad esempio il Veneto, ha avuto un pessimo punto di partenza: ci siamo trovati ad avere un’epidemia molto vasta, molto estesa, rispetto alla quale certamente era difficile intervenire nel modo classico degli interventi epidemiologici. In altre parole, quando tu hai migliaia di casi tutti assieme diventa complicato andare a seguire casa per casa dove ha avuto origine il problema e di conseguenza tracciare le persone che sono state già colpite. Il primo problema serio è stato questo. Un secondo problema altrettanto serio è derivato dal fatto che la massa di pazienti arrivata in ospedale è stata tale da polarizzare la quasi totalità dell’attenzione da questo punto di vista. Questo però non giustifica il fatto di non essersi più occupati ad esempio delle case di riposo e mi sembra evidente che delle case di riposo non ci si è occupati a sufficienza, viste le conseguenze".
Come se la spiega questa differenza di gestione del Covid tra la Lombardia e il Veneto, anche rispetto al filtro sanitario della medicina territoriale, che in Veneto ha alleggerito l’impatto sulle strutture ospedaliere?
"L’epidemia del Veneto non è paragonabile all’entità dell’epidemia in Lombardia. Se prendiamo l’app del Sole 24 Ore su 165mila positivi in Italia, ne abbiamo 62mila dichiarati in Lombardia, contro i 14mila nel Veneto. Peccato che quelli della Lombardia siano verosimilmente quasi dieci volte tanto, mentre quelli del Veneto probabilmente non sono molto di più di quelli che sono stati effettivamente dichiarati. La Lombardia ancora adesso ha 1.074 persone in terapia intensiva e 12mila persone ricoverate con sintomi, il Veneto 219 gravi e 1.402 ricoverate. In un rapporto di 1 a 10".
Quanto ha pesato per la Lombardia non aver chiuso un focolaio come quello di Alzano Lombardo?
"È difficile dirlo a posteriori, però è certo che occorreva intervenire in modo deciso. Lo stanno dicendo tutti".
A proposito di riaperture, siamo pronti alla Fase 2?
"Io sto insistendo da diversi giorni perché queste tre settimane o quattro – che io penso debbano ancora essere di chiusura – siano utilizzate per una serie di sperimentazioni. Sono fortemente preoccupato che interessi e veti incrociati stiano impedendo la possibilità di sperimentare di fatto l’unica via possibile, che è quella fondata sui cosiddetti test rapidi. I test rapidi hanno una serie di magagne, in mano mia ne ho provati due, che hanno tra il 92 e il 94 percento di sensibilità nelle persone col tampone positivo. Il discorso cambia se si considerano persone che hanno il tampone positivo da meno giorni, perché in questo caso i test risultano essere meno sensibili, nel senso che gli anticorpi non ci sono ancora. I tamponi come noto non li puoi fare a tutti. E non tutti funzionano benissimo. Dopo di che faccio attenzione a esprimermi, perché su questo tema se dici una parola fuori posto vieni massacrato. Quello che voglio dire è che io potrei essermi infettato due giorni fa ed essere negativo, potrei fare il tampone tra tre giorni ed essere positivo, dipende dalla dinamica dell’infezione. La mia paura è che vada a finire così come è iniziata, che non riuscendo a fare diversamente si è chiuso tutto, ora non vorrei che si arrivasse a una situazione in cui si riapre tutto solo con mascherina, guanti e distanziamento".
Dobbiamo imparare a convivere con questo virus, magari puntando sull’immunità di gregge?
"Quella dell’immunità di gregge rimane una grossa sciocchezza fino a che non capiremo come si comporterà questo virus, che potrebbe impiegare qualche generazione per diventare simile a un banale raffreddore. Aspettare l’immunità di gregge per qualche generazione per un virus che ha l’impatto che abbiamo visto, in una società globalizzata e in una situazione di sovrappopolazione, non mi sembra l’ideale. Non possiamo confidare nell’immunità di gregge per liberarci del virus, l’impatto sarebbe devastante, dobbiamo confidare nel vaccino, nelle cure, ma soprattutto nella capacità di contenimento, altrimenti non abbiamo alternativa".







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