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Bennato: "Che scazzottata a Pesaro. Sanremo? Non dirò cosa usciva dalla bocca di De André"

Il cantautore tifosissimo del Napoli, Edoardo Bennato, ha parlato ai microfoni de Il Fatto Quotidiano raccontando diversi aneddoti.


Francesco MannoFrancesco MannoGiornalista

19/02/2025 22:52 - Interviste
Bennato: Che scazzottata a Pesaro. Sanremo? Non dirò cosa usciva dalla bocca di De André
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Edoardo Bennato, napoletano e tifosissimo del Napoli, ha avuto il merito di diventare una sorta di icona non solo per i partenopei, ma un po' per tutti gli italiani. Il cantautore è stato il primo artista del nostro Paese a esibirsi e a riempire lo stadio San Siro di Milano.

Il cantante e musicista napoletano ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni de Il Fatto Quotidiano: "Cosa accadde a Pesaro nel 1977? Erano una quindicina, i fazzoletti sulla bocca come banditi del Far West. Sfondarono dentro il Palasport. Gridavano quel ridicolo slogan: ‘Bennato, Bennato, il sistema ti ha comprato’. Pretendevano la musica gratis, processavano noi cantautori considerati a sinistra. De Gregori si illudeva di dialogare con questi rivoluzionari fasulli".


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"Io e il mio team, cresciuti in un cortile proletario di Bagnoli, li annusavamo a distanza. Stra-lotta Continua eravamo noi, non i figli di papà. Arrivarono dagli spalti alle vostre spalle. Dove avevamo piazzato il mixer, a protezione. Non c’era polizia né servizio d’ordine. E questi venivano da noi che praticavamo il prezzo politico, mille lire, non andavano nelle discoteche dei ricchi, se ne fregavano di attaccare i Pooh o Cocciante. Sul palco c’ero solo io. Chiesi di accendere le luci, nel buio gli esaltati diventavano più aggressivi. Alla loro violenza occorreva rispondere colpo su colpo. Mio fratello Giorgio, il manager, i tecnici si azzuffarono. Mi sfilai la chitarra gettandomi nella mischia. Il pubblico fece il tifo: ‘Edoa’, ammazzali’. Scazzottata epica", ha aggiunto Bennato.

I partiti le chiedevano la tessera? "No. Sapevano che non l’avrei presa. Però ero diventato l’eroe dell’intellighenzia di sinistra dopo un festival a Civitanova Marche, ’73. C’erano anche Battiato, Lolli, Claudio Rocchi. Suonai dei pezzi schizo-punk, Ma che bella città, Salviamo il salvabile, Arrivano i buoni, Uno buono dove ironizzavo sul presidente Leone, Affacciati affacciati dedicato a Paolo VI. Quando scesi dal palco la mia vita era cambiata, mi designarono portavoce dell’insoddisfazione giovanile. Quelle canzoni le avevo testate suonandole da busker a Londra e a Roma, davanti al bar Vanni". 

Incrocio strategico, alle spalle della Rai.  "Dei giornalisti mi notarono. Era la mia ultima carta. La Ricordi mi aveva licenziato dopo il fiasco del debutto, Non farti cadere le braccia. Non vendette una copia. Dopo quei festival il direttore della Ricordi mi richiamò: ‘Benna’, come hai fatto? Sei diventato un mito’. E mi fecero incidere un nuovo album, I buoni e i cattivi. Qualcuno, molto dopo, avrebbe usato lo stesso titolo".

Su Fabrizio De André: "Un altro mio grande amico, andavo spesso da lui in Sardegna, lo esaltava che noi ex ragazzini del cortile di Bagnoli ci fossimo imposti nel carrozzone collodiano della musica, lo schifava la mandria. Gli dedicai una ballata, “Pronti a salpare”, dove si parlava di emigrazione. ‘Usiamo la poesia’ si raccomandava Faber. ‘Non dobbiamo fare i sociologi. Siamo poeti’".

Com’era De André? "Si chiudeva con i miei amici a vedere Sanremo, e non dirò cosa usciva dalla sua bocca. Sarebbe stato fiero di vedermi lì giorni fa, c’ero stato anche nel 2010 e due anni fa con Leo Gassman. Festival così diversi da quelli dei primi anni 70, che la Rai neanche trasmetteva. Erano scaduti al livello di sagre parrocchiali: che differenza con le Feste dei Partiti, i cantautori con la tessera in tasca".


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Francesco MannoFrancesco Manno
Giornalista pubblicista dal 2006, è laureato in scienze della comunicazione. Ha vinto l'Oscar Campano per la sua professionalità. Ha inoltre condotto e diretto diversi programmi radio e TV.

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