Il Napoli vola, ma noi restiamo ancora con i piedi per terra: forse fin troppo

La squadra azzurra di Spalletti vola in campionato, ma l'entusiasmo non sembra dilagare tra i tifosi partenopei. Maurizio Zaccone ne parla nel suo editoriale per AreaNapoli.it.
Primi in classifica a punteggio pieno, ma tutto molto calmo dalle nostre parti. Una situazione anomala; perché? Riassumiamo: veniamo da un accesso in Champions mancato colpevolmente, assenza totale di dialogo con la tifoseria, mercato apatico sia nei risultati che nelle intenzioni manifestate, inizio di campionato con prezzi allo stadio rialzati e chi più ne ha più ne metta. Un clima non ideale. L'entusiasmo sotto i tacchi. Per immaginare di lottare per qualcosa di grande puoi sperare solo di avere un didietro che neanche la spigolatrice di Sapri. Fin qui, comprensibile il disincanto. Ma poi gli astri si allineano; tutto comincia a girare per il verso giusto. Partenza sprint con 7 vittorie su 7. Calcio intelligente, panchina di alto livello. Morale in campo come ai tempi del "circo".
Tutti che rendono al meglio. Tutti che sanno cosa fare, e che hanno voglia di farlo. Diciamocelo: non eravamo preparati. E non abbiamo, ora più che mai, voglia di illuderci. Ce la godiamo, certo, ma cercando di mantenere quell'aurea di disincanto. "Vabbè ma c'è la Coppa d'Africa; vabbè ma Spalletti fa sempre partenze importanti e poi cala. Vabbè, il terzino sinistro". Tutto vero; ma sono pesi con i quali ci zavorriamo per timore di spiccare il volo. Cerchiamo di capire. Ma siamo davvero quello che siamo? Abbiamo il diritto di sognare? Non è meglio aspettare la prossima partita? Il girone di ritorno?
Il terzo anno sarriano ci vide preparati. Fu un lungo crescendo. Fu l'apice. Sognare era doveroso, legittimo, obbligatorio. Tutto era perfetto ed ogni volta che ci esaltavamo, stavamo solo passando alla cassa a riscuotere il compenso dovutoci. Dopo però, tra leader calmi, calcio liquido, ammutinamenti, multe, traghettatori e pass per la Champions regalati, ci eravamo del tutto disabituati a sognare.
Vicino a questo personale disincanto c’è poi questa nuova narrativa che vuole il tifoso che sogna, che tifa, che spera, dipinto come incapace, ignorante e irrealista. Ogni giorno lezioni di pragmatismo e corsi sul come tenere i piedi a terra: che pure andrebbero bene ma entro certi limiti. Perché sentirsi idiota se "speri" in un acquisto, colpevole di non tener conto del bilancio, del monte ingaggi, della crisi economica, dello Spread o del cambiamento climatico è francamente eccessivo.
Chissà se gli stessi, 35 anni fa, avrebbero gridato allo scandalo con gli acquisti di Maradona e poi di tutti gli altri, urlando: ”Siete irresponsabili, si sfora il monte ingaggi. Così falliamo. Vuoi acquistare Maradona? Allora tifa Juve”. In tutto questo lo stadio si riempie ma non esplode, complice l'assenza di chi lo traina nel tifo storicamente. Troppo "normali". Troppo calmi. E a me non piace. Così si tifa altre parti, dove sono abituati a vincere. Dove contano i titoli, i traguardi, il palmares. Dove si festeggia quando è il caso ma con misura. E per un tempo limitato. Da queste parti, con la bacheca corta, una cosa non è mai mancata: la voglia di sognare. Il Napoli ha sognato lo scudetto sempre, anche quando non ne aveva mai vinto uno; anche quando l'ultimo dei soli due risale al mesozoico. Con questo sogno nel cuore, pur finendo sempre male, ci siamo sempre goduti il viaggio: sempre.
È una cosa difficile da spiegare e che in genere nessuno riesce bene a capire; e non riuscendo a capirla, finiscono per giudicarla (in maniera negativa ovviamente). A me questa cosa invece piace da morire; è una delle cose che mi rende più orgoglioso. Questa apparentemente insensata convinzione latente di essere destinati a vincere, anche se non vinciamo mai. Di potercela fare, pure se non ce la facciamo. Di credere che i migliori possano venire a giocare con noi, anche prima di aver avuto il migliore dei migliori.
Di sentirci "speciali", anche se la cosa fa ridere i benpensanti (pure quelli di casa nostra). A me questo modo di essere napoletano piace, è sempre piaciuto. Ci trovo tante cose buone dentro. Non voglio cambiare per paura di farmi male, perché tanto il massimo che mi può succedere è quello di cadere e rialzarmi; e questo accade da sempre. Ma soprattutto non voglio cambiare per compiacere chi ha deciso di confinarmi al rango di "spettatore", pagante e silenzioso. Che ha deciso che i miei eccessi (di passione, di amore) abbiano accezione ridicola e mai nobile. Di chi mi vuole, ci vuole, diversi da come siamo.
Lo dico chiaro e tondo, sapendo di urtare la sensibilità di molti; di apparire ai loro occhi pulcinellesco, ridicolo. Io voglio vincere da napoletano, non da italiano. E, se non mi riuscirà, mi accontenterò di averci provato; nel frattempo mi godo il viaggio. E chissà che "un giorno, all’improvviso...".







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