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VIDEO - Due anni di carcere, Iaquinta disperato: "Non ho fatto niente, soffro come un cane!"

Iaquinta figlio si è difeso nel processo prima dicendo che le armi gli servivano per difendersi dai tifosi esagitati, poi cambiò versione.


RedazioneRedazioneTestata giornalistica

31/10/2018 18:07 - Video
VIDEO - Due anni di carcere, Iaquinta disperato: Non ho fatto niente, soffro come un cane!

Vincenzo Iaquinta, ex calciatore della Juventus e della Nazionale, condannato in primo grado dal Tribunale di Reggio Emilia a 2 anni di reclusione nel processo Aemilia ai 148 imputati implicati nel dibattimento del più grande processo mai celebrato sulle infiltrazioni di #ndrangheta al Nord. L'accusa per il campione del mondo del 2006 era di possesso d'armi aggravato dal favoreggiamento della 'ndrangheta. Armi cedute al padre, Giuseppe Iaquinta, accusato di associazione mafiosa e condannato a 19 anni.

Padre e figlio hanno lasciato l'aula del tribunale di Reggio Emilia urlando "vergogna, ridicoli" mentre era ancora in corso la lettura del dispositivo. Vincenzo, all'esterno, ha continuato a recriminare.

Vale la pena ricordare che nelle intercettazione del processo "Alto Piemonte", pubblicate da Report, l'esponente della 'ndrangheta Rocco Dominello cita Vincenzo Iaquinta in relazione al tentativo di scongiurare una contestazione alla Juventus.

Iaquinta figlio - si legge sulla pagina facebook di Angelo Forgione - si è difeso nel processo prima dicendo che le armi gli servivano per difendersi dai tifosi esagitati e poi, cambiando versione, che gli servivano per andare al poligono di tiro, senza però risultare iscritto a nessun poligono di tiro. Per lui erano stati chiesti 6 anni, ma poi è caduta l'aggravante mafiosa.

Il fatto è che la 'ndrangheta, per nascondere le armi, fa affidamento sui familiari puliti, meglio ancora se famosi. Di Iaquinta, in ogni caso, c'è una foto che lo ritrae insieme al capo dei capi della 'ndrina Grande Aracri in un summit tenutosi a Cutro. Un'altra foto invece è stata scattata a Reggio Emilia da Roberta Tattini, la commercialista del clan, secondo l'impianto accusatorio, che ha confessato di avere conosciuto il calciatore durante una riunione in cui si diceva di riciclare alcune centinaia di migliaia di euro con il ruolo attivo del padre del calciatore. In un'intercettazione agli atti la Tattini riferiva al marito di aver trascorso una giornata assai proficua, con «una serie di conoscenze molto molto importanti», tra cui - aggiungono i militari - "sicuramente quella di Vincenzo Iaquinta, noto calciatore, all’epoca dei fatti tesserato della Juventus FC, e del padre Giuseppe, interessati ad alcune consulenze" . Tra le intercettazioni è rilevante anche la telefonata di Antonio Gualtieri (considerato il "braccio finanziario del boss Grande Aracri") che a un amico dice: «Ora ti faccio vedere che entro lunedì mi porta le magliette della Juve questo qua... mi ha portato la magliettina con la sua dedica perchè, prima che venissi su, quest'estate, siamo stati a mangiare a casa sua, capito? Fuori, all'aperto... abbiamo mangiato a casa di Iaquinta... abbiamo fatto una tavolata là fuori, c'era lui vicino a me, seduto». 

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