V di Vialli, il bomber con la cordicella di Saramago: la Samp, il Napoli di Maradona e Wembley

Con l'addio del riccioluto bomber grigiorosso si consegna agli annali anche il ricordo della V di Vialli dopo la U di Uva e prima della Z di Zorro.
Sulle pareti delle scuole elementari, negli anni '80, c'era anche lui. Le stampe dell'alfabeto, lettera per lettera, modificate qua e là a matita e pastelli dai ragazzi delle medie. La U è sempre stata di Uva, ma la V contesa. Alla fine, però, si sceglieva Vialli, perché la v del maestoso cigno van Basten è minuscola e siamo pur sempre italiani. E qualcuno ci attaccava la figurina Panini a marcare territorio e gerarchie oltre i colori. Ricci, tantissimi. Sorriso magnetico, tagliente, godereccio e beffardo: c'è Ugo Tognazzi nel profondo. Luca, per gli amici. Perché Gianluca è come Massimiliano, si diventa scostumati. La lunghezza la concedeva sull'erba: campi aperti con profondità ad elastico al servizio del portatore di palla e soluzioni acrobatiche per esaltare il tocco del lanciatore raffinato. Una volta arrivato in area si sentiva a casa sua come a Natale con i regali da scartare sotto l'albero. E gli capitava di segnare in mutande, in vestaglia o in smoking elevandosi come Amilcare Ponchielli sul golfo mistico alla Scala. Sì, mettiamoci pure Mina e i fraseggi in estensione, però la M è necessariamente d Mancini Roberto, il suo gemello, la parte elegante della coppia esplosiva, e di Mantovani, il presidente: le leggende impastate finemente dal mitologico zio Vujadin Boskov, metà uomo metà aforisma ad ogni passo. Era la Sampdoria che mai nessuno dimenticherà, ovvero la squadra che costruì nelle epiche contese tra Napoli (di Maradona e Careca), Milan (degli olandesi), Inter (dei tedeschi) e Juventus (di Laudrup prima, poi Baggio e Schillaci), la sua strada verso la gloria. Che arrivò nel 1991: scudetto meritatissimo e Coppa dei Campioni persa in finale contro il Barcellona, ai tempi supplementari, l'anno dopo. I doriani erano lo spettacolo con addosso una delle maglie più belle di sempre. In Coppa Italia e in Coppa delle Coppe "quei maledetti" si divertivano come al Luna Park. 'Cci loro come erano forti: da avversari li odiavi e li amavi senza soluzione di continuità, e chi dice il contrario gode poco. Anche Fred Bongusto avrà sicuramente canticchiato sotto la doccia "sei bella che fai quasi rabbia" pensando alla Samp e alla coppia Gianluca o Luca-Roberto.
Nel 1987 il Napoli acquistò Vialli. Corrado Ferlaino, a bordo di uno yacht, siglò l'accordo con Mantonvani. Poi saltò tutto perché Gianluca, "scostumato" come Massimiliano in quell'occasione, disse "no". Poco male, anzi, fu un bene per i partenopei come ammise lo stesso Luca: in maglia azzurra approdò un certo Antonio Careca (che accanto al D10s vinse Coppa Uefa e scudetto).
Nel 1992 il passaggio alla Juventus: i movimenti da cerbiatto sempre gli stessi, così come i gol, sempre bellissimi. I ricci via via sempre meno. Con i bianconeri due fasi: con Trapattoni la Coppa Uefa e difficoltà tattiche, con Lippi scudetto e soprattutto Champions League, che restituì a Vialli una parte della Coppa dei Campioni persa a Wembley nel 1992. L'altra parte, quella mancante, non poteva che arrivare, sempre a Wembley, insieme a Mancini, in finale all'Europeo 2020 (giocato nel 2021): Roberto come Ct dell'Italia, Luca da capo delegazione. Inglesi sconfitti a domicilio e annegati in un mare di lacrime. Ma le lacrime più belle furono quelle dei gemelli del gol che sommarono 9 e 10 fino a diventare un numero di bellezza unico.
“Lo sai quando si piange? Quando si conosce il bene e non lo si può avere. E io bene non ne conosco, la soddisfazione di piangere non l'ho mai potuta avere". "Sto chiagnenno…e quant’è bello chiagnere". Nessuno li ha mai visti con una cordicella che tenesse legati i loro polsi. Eppure erano così. Legati. Avrebbe detto Saramago.
Nel 1996 il richiamo della Premier. Approdò al Chelsea (tra i primi italiani ad espatriare in anticipo sui tempi), dove erano giunti anche Gianfranco Zola e Roberto Di Matteo. Poi sostituì Gullit in panchina dopo due anni. Si confermò specialista di Coppe: vinse Coppa d'Inghilterra, Coppa di Lega, Coppa delle Coppe e Supercoppa Uefa. Vialli ha sempre avuto un grande tempismo anche fuori dal campo: ha lasciato i suoi club al momento giusto, nel picco più alto, dopo aver portato a termine il proprio ciclo. "Il mio lavoro qui è finito", sembrava dire ogni volta. Chiusa la carriera calcistica, confermò doti naturali da uomo di spettacolo con la lingua affilata come il sorriso dal retrogusto dolce. A Londra, inoltre, tra una rete e l'altra, perfezionò stile e humour oltre a dare vita alla sua famiglia. Luca, del resto, è sempre stato proiettato alla modernità, votava per il Partito Repubblicano come suo padre che costruiva prefabbricati. Era l'ultimo di cinque figli e il cuore da "piccolo di famiglia" lo ha sempre conservato.
Passò a Sky come opinionista (aveva fatto le prove generali da calciatore realizzando "documentari" deliziosi): tatticamente impeccabile pure quella volta. Con i napoletani fu spesso pungente, per qualcuno ai limiti della "scostumatezza" come il Massimiliano di Troisi, o semplicemente come Gianluca, ma conservò sempre una immensa ammirazione per Maradona ("Diego il più grande contro cui ho giocato, quello di Messico 86, avevo 22 anni") e il suo Napoli: Mancini-Vialli contro Diego-Careca, una delle pagine più belle dell'epica del pallone italiano, quando la Serie A era l'Eldorado e i campioni di ogni luogo sognavano di giocarci. Mica come oggi?
Con l'addio del riccioluto bomber grigiorosso si consegna agli annali anche il ricordo della V di Vialli dopo la U di Uva e prima della Z di Zorro. Almeno per i bambini degli anni '80. La V che disegnava in aria quando decideva di sforbiciare. (Nella foto, Vialli con la maglia del Napoli in una copertina del Guerin sportivo, quando il calcio e la letteratura a corredo riuscivano a produrre ancora sogni e idee geniali. Sempre nella foto, una del V che Vialli disegnava in cielo quasi a voler firmare le sue prodezze).









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