Torna Sarri, il sedicente "Gobbo" cacciato dal Palazzo

Maurizio Sarri torna a Napoli, lo farà da avversario sulla panchina della Lazio. Lo scrittore Angelo Forgione ne parla nel suo editoriale per AreaNapoli.it.
Torna Maurizio Sarri al “Maradona”, e la mente va immediatamente a quel Napoli spumeggiante che sfiorò lo scudetto nel 2018, e forse lo avrebbe pure vinto senza tanti episodi sinistri e se il miglior arbitro italiano non avesse accusato un improvviso attacco di presbiopia. Tutta Italia ammirò la fantastica storia di quel pifferaio toscano che, a suon di dichiarazioni contro la Juventus, provò a scacciare i topi mentre la folla napoletana lo portava in trionfo. Fu il creatore di un Napoli estetico, mentre i tifosi creavano un personaggio, infilandogli quei panni del “Comandante” che a lui tanto piacquero. Nato nella Napoli operaia di Bagnoli, l’allenatore di Figline Valdarno fu interpretato quale simbolo del proletariato alla riscossa contro i padroni. Fece la rivoluzione napoletana del calcio italiano sul campo, ma gli fu sventata fuori. Quasi gli riuscì il colpo di stato.
All’insegna del “ti lascio perché ti amo troppo”, svuotò l’armadietto di Castel Volturno e firmò con il Chelsea. Per arricchirsi, aveva detto a chiare lettere. Nonostante la chiusura del rapporto tra il mister e il club partenopeo, i linguisti della Treccani coniarono i neologismi “sarrismo” e “sarrista”, legandoli all’identità napoletana. Oltre alla concezione del gioco, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, si fece riferimento anche a “l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e dei tifosi napoletani”. Il “Sarrismo” e i “sarristi”, in effetti, erano sbocciati a Napoli, dopo una lunga e impervia e lunga gavetta dell’allenatore in giro per l’Italia.
Ci pensò però proprio Sarri in persona a prendere le distanze dalla specificità partenopea della sua migliore espressione calcistica, chiarendo a quelli di Vanity Fair che “Il sarrismo era semplicemente un modo di giocare a calcio e basta”. Egli stesso ridusse il suo credo calcistico a solo gioco, a prescindere dall’ambiente che lo avesse sublimato, e recintò la fecondazione del “sarrismo” nella sua vicenda personale, attribuendone la nascita esclusivamente alle sconfitte e agli schiaffi presi nelle categorie minori.
Solo un anno in Inghilterra e Maurizio cedette alla corte della Juventus, proprio la squadra del potere che aveva provato a sconfiggere nel 2018. Napoletano di nascita e di fede giovanile, fiorentino di crescita e di fede adulta, sposò la squadra più odiata. Dal colpo di stato sfiorato al colpo gobbo compiuto, e mi spesi personalmente con quelli di Treccani per rivedere la parte identitaria di quei neologismi. Restava, a mio giudizio, solo l’accezione tecnica, dacché il Sarri juventino escludeva automaticamente l’associazione all’identità napoletana. Per gli enciclopedisti, l’essenza semantica dei due vocaboli era da confermare nonostante tutto, perché l’identità napoletana del “sarrismo”, a due anni dalla fine del rapporto tra Sarri e il Napoli, era un elemento ancora ben presente nella memoria collettiva di tutti gli appassionati di calcio. Sempre Treccani, però, aggiunse che avrebbe riflettuto sull’opportunità di modificare le definizioni il giorno in cui i loro lessicografi si sarebbero resi conto di un allentamento evidente del legame tra il segno linguistico e la parte di significato pertinente alla realtà locale napoletana. Affinché quel giorno venisse ci mise del suo abbondantemente ancora Sarri in prima persona, ad aprile del 2020, durante la sua tribolata stagione in Bianconero, dichiarando di sentirsi ormai “Gobbo”, ossia parte integrante dell'identità juventina, perché i napoletani gli avevano riservato fischi e i fiorentini avevano insultato sua madre.
Napoli e Firenze, le sue città, le due più anti-juventine d’Italia, quelle che lo avevano reso anti-juventino, potevano mai averlo fatto diventare juventino? Certo che no. Il fatto è che la squadra non lo seguiva, la dirigenza non lo proteggeva e i tifosi non lo amavano. Una “stagione di m***a”, per Andrea Agnelli; e allora, con buona dose di opportunismo e con scarsissima capacità diplomatica, il poco integrato Maurizio provò un’improbabile operazione simpatia: «Quando sei così odiato dall'esterno poi ti attacchi all'interno, e questo ti porta a innamorarti della tua realtà, a diventare “Gobbo”». Così disse l’allora allenatore della Juve, e dunque, pur con tutta la comprensione per le mendaci parole, tornai a bussare agli ormai amici di Treccani, rinnovando la mozione, che con un Sarri sedicente juventino non poteva non essere accolta. La Sacra Rota dell’idioma, spalle al muro, annullò definitivamente il matrimonio Sarrismo-Napoletanità, e il “sarrismo” in quanto “interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e dei tifosi napoletani” divenne “il modo diretto e poco diplomatico di parlare e di comportarsi che sarebbe tipico di Sarri”.
Messaggio ben peggiore ai napoletani, Sarri lo inviò inavvertitamente qualche mese dopo, definendo il tricolore appena conquistato con la Juventus «lo scudetto più difficile dei 9 consecutivi». Così diede valore a un campionato vinto da mal tollerato, neanche festeggiato, e tolse valore alla sua vera impresa, quella di due anni prima, quando davvero il mondo juventino, dopo la zuccata di Koulibaly allo scialbore di Allegri, si era ormai rassegnato alla superiorità del suo Napoli. Logica conclusione di una narrazione dopata, quella del “Comandante” che aveva provato a sfondare il portone del “palazzo” e che poi in quel “palazzo” sarebbe entrato da ospite e vi si sarebbe accomodato da “Gobbo”, salvo poi esserne cacciato.









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