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62 anni per lo stadio di Fuorigrotta. Nel 1984 Ferlaino ne voleva costruire uno da 150mila posti a Casoria


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62 anni per lo stadio di Fuorigrotta. Nel 1984 Ferlaino ne voleva costruire uno da 150mila posti a Casoria

Lo stadio partenopeo compie 62 anni. Angelo Forgione, nel suo editoriale per AreaNapoli.it, tratteggia la storia del glorioso impianto di Fuorigrotta.


Era il 6 dicembre del 1959, e nel nascente quartiere occidentale di Fuorigrotta veniva inaugurato lo stadio “del Sole” di Napoli. Questo fu il primo nome del colossale impianto, che quel giorno, riempito neanche completamente da circa settantamila spettatori, fece registrare immediatamente il record stagionale della Serie A. Miglior esordio non poté celebrarsi: vittoria sulla Juventus (2-1). La costruzione del nuovo stadio comunale fu resa possibile da un finanziamento governativo elargito dal Governo dopo la guerra, nel 1948, anno in cui il Napoli fu oggetto di un caso di combine che lo spinse allo scontro frontale con le istituzioni calcistiche. Già retrocesso sul campo, il club azzurro fu punito d’ufficio per un illecito sportivo non dimostrato, ricevendo dalla Lega di Milano un’esemplare punizione per il tentativo di coalizzare i club del Sud contro i “poteri forti” del Calcio settentrionale, che, secondo le denunce dei dirigenti partenopei, facevano opposizione all’ambizioso progetto di realizzare un monumentale stadio a Napoli. Le indagini condussero a una decina di partite in odore di combine nel corso della stagione, di cui almeno cinque di Serie A. L’unico club a pagare moralmente fu il riottoso Napoli, schiaffeggiato senza alcuna certezza di colpevolezza per la sua rumorosa riottosità.


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Il fatto è che l’edificazione di un nuovo stadio a Napoli risultava davvero necessario, poiché il “Partenopeo”  del Rione Luzzatti di Gianturco, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, era stato raso al suolo dai raid aerei degli Alleati nel 1942. In vista dei Mondiali in Italia del 1934, era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio “Vesuvio” con tribune in legno, a sua volta voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli. Conclusa la guerra, alla ripresa dell’attività sportiva nazionale, il Napoli tornò a giocare allo stadio del Vomero, un impianto al limite dell’agibilità dopo le vicende belliche che ne avevano fatto pure un simbolo delle Quattro giornate. Durante l’incontro Napoli-Bari del 27 gennaio 1946, una tribuna cedette durante l’esultanza per un goal della squadra di casa, causando il ricovero in ospedale di 114 persone.


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Con il supporto del CONI e del Governo, il 22 dicembre ‘49 fu finalmente deliberata dal Comune di Napoli la costruzione di un colossale stadio olimpico. L’opera fu progettata dell’architetto razionalista  Carlo Cocchia, nella visione di armonia stilistica del nuovo quartiere Fuorigrotta legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto. La prima pietra fu posta il 27 aprile 1952, con una cerimonia alla quale presenziarono il sindaco Domenico Moscati e il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nel progetto originario fu previsto un solo anello, quello attualmente al livello superiore, ma ne venne aggiunto uno ulteriore al di sotto del livello stradale per ottenere una capienza di circa ottantacinquemila spettatori.

Il plastico del progetto definitivo fu presentato in pompa magna nel settembre del 1954, sotto gli occhi del sindaco e presidente del Napoli Achille Lauro e del primo ministro Mario Scelba. Ne venne fuori una costruzione esteticamente elegante e leggera nella sua monumentalità, con spalti in marmo travertino e cemento armato.

Per inaugurarlo si dovette attendere il 6 dicembre 1959, giorno in cui il Napoli poté accomodarsi nella sua nuova casa, ampia e comoda. La Juventus, prima in classifica con otto vittorie e una sola sconfitta, verificò immediatamente quello che i grandi club del Nord avevano temuto. Quello stadio era davvero immenso, il più capiente d’Italia. Ribattezzato “San Paolo” nel 1963, in ricordo dello sbarco dell’Apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61, il nuovo tempio del calcio napoletano, tra la stagione 1965-66 e la 1987-88, fece registrare il record degli spettatori complessivi della Serie A, superato solo nel campionato 1970-71 dal “Meazza” di Milano.

Il 20 ottobre 1979, il “San Paolo”, fece registrare il record assoluto di spettatori nella storia della Serie A, ben 89.992, tutti per fischiare Paolo Rossi, colpevole di aver rifiutato la maglia azzurra per quella del Perugia.

Nei secondi anni Ottanta, con la crescente richiesta di biglietti per assistere alle partite del Napoli di Maradona e con la designazione della città tra quelle ospitanti i Mondiali del 1990, si accese il dibattito tra chi, come l’allora presidente Ferlaino, propose la costruzione di un nuovo impianto da oltre centomila spettatori e chi spinse per l’ampliamento del “San Paolo”. Il patron azzurro, non appena acquistato Maradona, ipotizzò la costruzione di uno stadio privato da 150 mila posti a Casoria, che avrebbe dovuto ospitare la finale del torneo iridato. Qualcuno ipotizzò addirittura la folle costruzione di una struttura sul mare in pieno centro cittadino, realizzando una colmata nell'area dei giardini del Molosiglio, cercando di sfruttare l’ampio parcheggio che allora deturpava piazza Plebiscito. Alla fine si decise di sfigurare la bellezza del “San Paolo” con uno scempioso restyling imperniato sull’utilizzo massiccio del ferro per la realizzazione della copertura e di un terzo anello, reso inutile dalle vibrazioni che i pilastri scaricavano a terra, generando scosse telluriche propagate ai palazzi circostanti.

Lo stadio di Carlo Cocchia perse la sua bellezza e pure il suo primato italiano di capienza, e si avviò a una manutenzione dispendiosa per un Comune in dissesto e per un club sulla via del fallimento che lo ridusse in condizioni disastrose.

Il secondo restyling per le Universiadi del 2019, dopo altri trent’anni, ha reso quantomeno accettabile la fruibilità e la gradevolezza del colpo d’occhio interno di una costruzione comunque datata e inevitabilmente inadeguata ai tempi, affogata dall'urbanizzazione del quartiere di Fuorigrotta. Nuovi sedili e ulteriore riduzione della capienza per migliorare il comfort della seduta, opere murarie riattate e gradinate impermeabilizzate, due maxischermi attesi per decenni, nuovo impianto audio, nuovo impianto luci, nuovi spogliatoi e nuova pista di atletica, che è poi il limite invalicabile per la visibilità di una partita di calcio. E poi, dal 5 dicembre 2020, vigilia del 61simo compleanno dell’impianto, nuova intitolazione, dedicata al da poco scomparso idolo Diego Armando Maradona, l’uomo che ha reso mitico e famoso lo stadio di Napoli tra gli appassionati di calcio di tutto il mondo.


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Angelo Forgione
Giornalista e scrittore, autore perlopiù di saggi di cultura, costume e storia di Napoli e del Meridione. Appassionato napoletanologo e studioso dell'idioma napoletano, è anche grafico pubblicitario.
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