Sta scrivendo la storia del Napoli, e si è tirato fuori dalle indecenze della banalità

Il suo calcio non rassicura, spesso risulta intollerabile perchè non sempre soddisfa le aspettative del tifoso. Ma lui, Marek, si eleva sul calcio stesso.
Ripercorrere la carriera di Marek Hamsik a Napoli, all’indomani del gol che gli è valso il sorpasso su Maradona (avete letto bene, Maradona!) nella classifica dei bomber azzurri di tutti i tempi in Serie A, sarebbe riduttivo. Avrebbe il sapore di un resoconto che si fa per chi va via. E invece il capitano ormai è un monumento della città così come, ad esempio, il Monastero di Santa Chiara. Lui non è come Higuain, insomma, o se volete come Lavezzi e Cavani, gente capace di scrivere capitoli di storia, anche stupendi ed importanti, ma incapaci di mischiarsi nella storia fino in fondo.
Se fosse ancora vivo, magari lo è comunque più di tanti pur essendo assente al quotidiano materiale, Carmelo Bene direbbe di Hamsik le stesse cose che disse di sé. Da grande pugnalatore di ogni forma di conformismo, Bene dichiarò di essere fuori dalla storia, e lo ribadì anche in “Un dialogo tra sordi”, incontro che tenne nel 1982 con gli studenti de “La Sapienza” di Roma accanto ad Eduardo De Filippo. Essere fuori dalla storia, come Hamsik, vuol dire diventare sgraditi ai traffichini, agli assuefatti alle logiche comuni. A quelli che si sentono minacciati e infastiditi da un pensiero diverso, a quelli ubriachi di ego. Marek ha rifiutato offerte milionarie di squadre fortissime e titolate in grado di fargli vincere anche trofei. Quanti, al suo posto, avrebbero fatto lo stesso? Procuratori e dirigenti, ancora oggi stentano a credere alla scelta del 17 azzurro. 17, nella cabala napoletana è un numero che non porta bene. Hamsik, invece, ha portato e porta benissimo: un anticonformista in senso assoluto.
Il suo calcio non rassicura, spesso risulta intollerabile perché non sempre soddisfa le aspettative del tifoso. Ma lui, Marek, si eleva sul calcio stesso. E va accettato così com’è, con larghi silenzi di rispetto a prescindere, perché lui ha un linguaggio capace di azzerare il calcio stesso.
Lo slovacco è probabilmente la perfetta espressione di una città, di una squadra, eternamente sospesa e incatenata sul riflesso della sua bellezza, sul vorrei ma non posso, sul “lo faccio al massimo ogni tanto, poi mi godo il resto e lascio spazio agli altri”. E’ limitante, sì. Forse. Si gode nel durante, a sprazzi. Ci si accontenta di annusare con qualche toccatina. Ma intanto Hamsik, in questo vuoto di successi mancati (2 Coppe Italia e una Supercoppa non vanno buttate via) sta scrivendo la storia. Più di chi ha regalato sprazzi di bellezza per poi scegliere il conformismo individualista. Più di chi non osa totalmente, speculando.
Hamsik meriterebbe uno scudetto al culmine di questa decima stagione in maglia azzurra. Sarebbe la sublimazione di una storia in cui lui, il meno osannato delle star, il più criticato per quel difetto di personalità irregolare sul campo che gli ha impedito di essere chi poteva, è il protagonista principale. Lui che non si sottrae mai quando c’è da aiutare, che è sempre disponibile con tutti i tifosi. Lui che ha inferto un colpo durissimo al consumismo contrattuale nel vanaglorioso mondo dei fighetti da copertina dove nani (non di statura) e showgirl sono in grado di togliergli la scena. Marek è talmente dentro la storia del Napoli che è riuscito a tirarsi fuori dalle indecenze della banalità.
Luca Cirillo
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