"Sono orgoglioso di essere terrone e guadagno più di voi polentoni". La storia di Anastasi alla Juventus

Anastasi fu il primo modello-vittima dell'intolleranza, in tutti gli stadi del nord subiva offese e cori. Lui rispondeva col sorriso.
Se n'è andato Pietro Anastasi, all'età di 72 anni. Ci ha lasciati ieri, in una umida giornata di gennaio. La sua storia è modellata nella creta del calcio ma possiede i colori e le fragranze della sua terra, come il profumo di mandarini e arance che lui per sempre si portò addosso e dentro l’anima con orgoglio come segno distintivo della sua Catania. Era il 1968 - scrive Marco Bernardini su ilbianconero.com - anno di svolta epocale per la nostra società e per il modo di pensare. Nelle sale cinematografiche, seppure fossero passate molte lune, resisteva ancora “Rocco e i suoi fratelli”, il capolavoro del maestro Luchino Visconti. Il manifesto dell’immigrazione di gente povera e onesta con le valigie che odoravano di caciotta e salame piccante.
Nel 1968 Pietro Anastasi, detto "Pietruzzu", appena ventenne, approdava alla Juventus dove avrebbe preso il posto di De Paoli. Era la prima delle tante operazioni inclusive volute da Gianni Agnelli per tentare di abbattere, almeno nel calcio, la barriera definita da quel triste slogan “non si affitta ai meridionali”. Sarebbero seguite quelle di Furino e di Causìo. Anastasi era più che meridionale. Raccontava: “Mi chiamavano ‘u turcu, il turco, e la mia pelle appena prendevo un po’ di sole diventava nera come la pece”. Così, negli stadi del Nord, gli urlavano “tornatene a casa tua terrore”. E lui, ridendo felice, rispondeva: “Certo, sono un terrone. Orgoglioso e felice di esserlo. Ma parlo anche lombardo e soprattutto guadagno molto più di voi polentoni”. Fu il primo modello-vittima dell’intolleranza.







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