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Rincon disse: "A Napoli mi sento prigioniero, il mio unico amico è un tassista"

Il colombiano all'ombra del Vesuvio fu protagonista di un'avventura fatta di alti e bassi anche per colpa di un equivoco tattico.


RedazioneRedazioneTestata giornalistica

14/04/2022 09:09 - Altre notizie
Rincon disse: A Napoli mi sento prigioniero, il mio unico amico è un tassista

Freddy Rincon si è spento all'età di 55 anni (leggi qui). In Serie A ha giocato con la maglia del Napoli, il suo arrivo in azzurro fu accolto con grande gioia e curiosità tra i tifosi. Per lui ci furono continui bagni di folla. “Ma dove sono capitato?” disse. Dopo l'iniziale entusiasmo le cose però non andarono per il verso giusto. A complicare la situazione c'è quell'equivoco tattico così strano da comprendere: l'allenatore di quella squadra, Vincenzo Guerini, lo sta schierando nel ruolo di attaccante, ma lui l'attaccante non sa farlo, non lo ha mai fatto. È un centrocampista, una mezzala di inserimento. E in campo si nota. È spaesato, Rincón. E la situazione del Napoli 1994/95, la sua unica stagione nel nostro campionato, non lo aiuta. Quando Freddy arrivò in Italia, rimangono tutti a bocca aperta. “Sembra scolpito nel marmo, sul suo corpo si potrebbe studiare anatomia, tanto sono perfette le sue fasce muscolari”, si stupisce il medico sociale. E Guerini, l'allenatore, si spinge ancora più in là: “Vorrei che Freddy fosse il nostro Gullit”.

Il problema è che Rincón non è troppo d'accordo: “Io posso anche provare a fare il Gullit, faccio goal, ma non sono una punta di ruolo”. Eccolo qui, l'inghippo tattico Dopo Guerini arriva Vujadin Boskov. Con l'ex doriano in panchina, il mondo di Rincón sembra cambiare. Quello tattico, almeno. Da attaccante, il colombiano arretra finalmente in mezzo al campo, tra la mediana e la trequarti, con licenza di inserirsi da dietro. Le cose migliorano leggermente, ma non molto. Si va avanti così, tra una prestazione opaca e una panchina. Fino alle prime settimane del 1995, quando Rincón ha un guizzo: segna tre volte consecutive, al Genoa, alla Reggiana e alla Cremonese, e si candida come uomo sorpresa per il finale di stagione. Finalmente non è più un fantasma: è di nuovo il “Corsaro Nero”, come lo ha ribattezzato Raffaele Auriemma al suo arrivo in Italia. Però il rapporto con una parte del tifo non si è ricucito. Alcuni sostenitori continuano a prenderlo di mira. E il 10 febbraio, un paio di giorni prima di giustiziare i grigiorossi, il calciatore prende la parola coi giornalisti. È sull'orlo delle lacrime, distrutto dentro. E costruisce, pezzo per pezzo, uno sfogo in piena regola:


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"Mi sento prigioniero di questa città – le sue parole, riportate da 'Repubblica' – Non esco di casa, di Napoli non conosco nemmeno le strade. Quando posso, corro lontano. A Bari, o a Roma, a trascorrere il mio giorno libero. Qui non ne posso più, non vedo l'ora che finisca il campionato. Per strada mi insultano, mi dicono cose brutte, cattiverie... Ho avuto paura, certo. Per me è diventato un inferno, immaginatele voi le cose che mi dicono. So solo che le cattiverie sono tante. Che, fossi stato più giovane, sarei scappato subito da questa città... Nessuno mi ha aiutato. Ho combattuto da solo la mia battaglia. All'inizio, i compagni mi invitavano ad uscire con loro, io ho rifiutato spesso, per il mio carattere schivo. Poi nessuno l'ha fatto più. E la società: lasciamo stare... Ho sentito con le mie orecchie un dirigente che diceva di me: non è un giocatore di calcio. Gli altri non mi hanno mai aiutato. A Napoli non ho amici, ne ho conosciuto solo uno che sta al di fuori del calcio, si chiama Armandino e fa il tassista: mi ha fatto capire tante cose, se vado avanti lo devo anche a lui...".

Sa già, Rincón, che la sua avventura napoletana si chiuderà al termine della stagione. Quel che non sa è che la serata più esaltante di tutte, quella per cui è ricordato ancor oggi, ancora non è arrivata. 12 marzo '95, un mese dopo: si gioca Napoli-Lazio, posticipo serale. Segna Casiraghi, poi segna ancora Casiraghi. Alla fine del primo tempo il Napoli, in lotta per un posto UEFA, è sotto di due. Ma nella ripresa spunta l'uomo che non ti aspetti: l'1-2 e il 2-2 sono marchiati a fuoco da Freddy. E dopo un rigore sbagliato da Carbone arriva anche il 3-2 di Buso. Un'apoteosi. Il Napoli sogna l'Europa, la sfiora con le dita. Ma la testa di Marco Delvecchio supera in extremis la resistenza del Padova e lancia l'Inter in sesta posizione, lasciando gli azzurri fuori dalle coppe. A fine stagione lascerà il club azzurro e a sorpresa approderà al Real Madrid.


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