Quella "parolaccia" di Benitez e il laboratorio di Sarri. Cosa resta del passato...

Il protagonismo lasciamolo a chi opera nel calcio. Chi deve raccontare lo faccia con serenità evitando titoloni "aizzapopolo". "Melo mangio", "Mela tiro". "Mala vogliamo" finire un po'?
"Il Barcellona fa un altro sport". Lo abbiamo letto in giro, tanti addetti ai lavori dopo la roboante vittoria in Champions di Messi e soci contro la Roma (6-1,ndr), hanno evidenziato la netta differenza tra la squadra catalana e tante altre che disputano la massima competizione europea. Facile, troppo facile arrivare alle conclusioni evidenti decretate dal campo. Più difficile, invece, analizzare il percorso grazie al quale si arriva a fare un altro sport pur praticando il calcio. In tal senso, ricordiamo che i maggiori club del vecchio continente come Real Madrid, lo stesso Barcellona, il Bayer Monaco, il Chelsea ecc. ecc., investono tanti milioni di euro in strutture e settore giovanile. Saranno anche noiosi questi temi per chi vuole una prima squadra forte e già pronta all'uso. Noiosi, certo, ma senz'altro meno noiosi di chi dimentica che il Barcellona, per fare un altro sport, i suoi gioielli li cresce in casa a prescindere dalle possibilità economiche di base che sono comunque una naturale conseguenza. Messi e Iniesta, per fare due esempi, giocano per i colori blaugrana rispettivamente dal 2000 e dal 1996. Non è il caso, qui, di ricordare che anche Xavi, uno dei migliori centrocampisti dei nostri giorni, è un prodotto del vivaio di questo pluridecorato club. Questo per dire ai tanti addetti ai lavori che hanno deriso Benitez quando parlava di business plan, che il calcio è programmazione, cura dei dettagli, volontà, capacità di guardare lontano. E' sufficiente informarsi sulla forza delle squadre giovanili del Barca per capire cosa vuol dire continuità. "Le chiacchiere stanno a zero, i tifosi del Napoli vogliono vincere subito". Anche questo è vero, ma è vero anche che sono pochi i club al mondo che possono permettersi il lusso di spendere e spandere per avere una squadra costruita col fresco denaro. E, rassegniamoci, il Napoli non è al momento tra questi. Ecco perchè è necessario essere lucidi quando si articolano i vari pensieri, si corre il rischio della contraddizione involontaria. I fatturati, come le squadre, si possono costruire giorno dopo giorno, e purtroppo in questo senso, pur tra mille meriti, De Laurentiis non è nella lista dei presidenti che spendono tanto per strutture e settore. Stando a quanto riportato qualche mese fa da calcio e finanza, il Barcellona spende per la cantera una ventina di milioni, mentre il Napoli circa mezzo milione. Milan, Juve e Inter, intorno ai 6, mentre l'Arsenal 10. E i risultati si vedono. Ci vuole equilibrio e rispetto, dunque, il business plan non è una parolaccia pronunciata da Benitez che del resto non ne è l'inventore, ma solo un modo semplice semplice per dire "ma tu, da grande, cosa vuoi fare?". E, senza voler tornare su chi non c'è più, ci chiediamo: è proprio il caso di pensare sempre al tecnico spagnolo? Non è più interessante godersi Sarri e il suo meraviglioso collettivo? Tra l'altro, se Benitez avesse centrato la qualificazione in Champions, probabilmente non avremmo avuto l'ottimo Maurizio alla guida della squadra. Ovviamente con i se e con i ma si può solo giocare, pur se è chiaro che con la qualificazione in tasca al trofeo più prestigioso, alcuni "no" De Laurentiis non li avrebbe incassati a prescindere dal famoso business plan. Equilibrio e serenità. Benitez ci ha lasciato due trofei pur commettendo tanti errori gestionali e tattici (almeno all'inizio e alla fine della sua seconda stagione con la complicità della dirigenza che ha smontato a metà strada il 'progetto' avviato), ma se c'è una cosa che gli va riconosciuta al di là del palmares e dei business plan possibili, è la statura culturale e umana durante il suo soggiorno partenopeo. E in questo senso, ci meravigliamo delle tante offese che puntualmente riceve, ancora oggi, proprio da chi l'umanità la potrebbe insegnare per storia e tradizione. La cultura e il business plan sono simili, servono a capire chi siamo e chi vogliamo essere. Cosa resta del passato? Gente distratta che viene e va. Direbbe Pino Daniele. Il tempo è semplicemente una linea. Se si ha stile non si può non ringraziare chi, bene o male, ha contribuito notevolmente a creare le basi di un gruppo che oggi sta facendo sognare il popolo azzurro grazie alla sapiente regia del successore Sarri, vero e proprio artigiano di qualità del pallone costantemente in laboratorio. Accusare, sputare veleno, è tipico dei livorosi che non godono mai. Con la prosopopea e la vanagloria, e soprattutto alzando i toni con facile volgarità, non si diventa mica protagonisti? Il protagonismo lasciamolo a chi opera nel calcio. Chi deve raccontare lo faccia con serenità evitando titoloni "aizzapopolo". "Melo mangio", "Mela tiro". "Mala vogliamo" finire un po'?
luca cirillo
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