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Pasolini, 40 anni dalla morte: i suoi pensieri sul calcio e su Napoli


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Pubblicato nella sezione Altre notizie
Pasolini, 40 anni dalla morte: i suoi pensieri sul calcio e su Napoli

Il grande intellettuale fu ucciso sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia nella notte tra il 1º e il 2 novembre 1975. Il regista, poeta e giornalista bolognese ha lasciato un patrimonio letterario, giornalistico e cinematografico senza tempo.


E' stato uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo, ma racchiudere l'intera opera di una grande mente come quella di Pier Paolo Pasolini in un'epoca specifica, vuol dire fargli un grosso torto. Il regista, poeta e giornalista bolognese ha lasciato un patrimonio letterario, giornalistico e cinematografico senza tempo. Quella notte del 2 novembre del 1975, sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia, cadeva sotto i colpi del suo assassino. Noi lo vogliamo ricordare senza addentrarci nei meandri della sua infinita produzione artistica di cui, eventualmente, parleremo in seguito. Oggi vogliamo riproporre alcuni suoi pensieri su uno sport, il calcio, che amava infinitamente e che praticava con grande passione.


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I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo "Stukas": ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po' ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale! Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.


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Il calcio "è" un linguaggio con i suoi poeti e prosatori

Articolo de Il Giorno, 3 gennaio 1971; citato in Il portiere caduto alla difesa: il calcio e il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento, a cura di Folco Portinari, Manni Editori, 2005

• Il gioco del football è un "sistema di segni"; è, cioè, una lingua, sia pure non verbale.

• Ebbene anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosatico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un "prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia, egli è un "poeta realista". Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un "poeta realista": è un poeta un po' maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da "elzeviro". AncheMazzola è un elverista, che potrebbe scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera, ogni tanto interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti. Si noti che tra la prosa e la poesia non faccio alcuna distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.

• Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei "goal". Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.

Pier Paolo Pasolini, inoltre, aveva di Napoli un'idea precisa.

Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà ecc. ecc.; ma strano, ciò che conta non è questo. (...) Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anzichè vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c'è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto. La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) e per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finchè i veri napoletani ci saranno, ci saranno; quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati). I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all'ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili.

(Queste righe meravigliose e commoventi furono dettate dal grande friulano ad Antonio Ghirelli. Durante le riprese del Decameron, effettuate proprio a Napoli, Pasolini aveva potuto osservare da vicino il popolo napoletano e ne rimase folgorato, per la tenacia unica al mondo con cui respinge gli insulti della cosiddetta modernità. Scrive Ghirelli: "Gli sottoposi le mie domande e dettò questa pagina stupefacente". Il testo fu pubblicato dal giornalista napoletano in La napoletanità, edito da Società editrice napoletana, nel 1976).


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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