Miną e l'ultima "trovata" per celebrare lo scudetto del Napoli

Gianni Miną ci ha lasciati all'etą di 84 anni a poche settimane dalla fine di un campionato che probabilmente vedrą il Napoli tornare campione d'Italia.
“Gianni era na cosa incredibile già in tenera età, stev' a Betlemme vicino 'a grotta pronto a intervistà ‘e Re Magi... E fu il primo a capire che quel bimbo avrebbe cambiato il mondo. Dai Gianni, dillo che c'eri...". Nel mio gioco impossibile nel cercare di pensare di ironizzare come Troisi, ho sempre immaginato una scena del genere tra i due, ovvero Massimo e Gianni Minà, magari nella casa al mare del leggendario giornalista a Porto Santo Stefano. Minà oggi entra nel mito, ma in realtà mito lo era già in vita, e l’esilio forzato a cui l’ha sottoposto la RAI negli ultimi anni non ha fatto altro che alimentarlo. Tutte le personalità più importanti del secolo scorso si sono abbandonate alla sua cultura, alla sua umanità. Diego Maradona, Muhammad Alì , Pino Daniele, Bob De Niro, Leone, Gabriel Garcia Marquez, Fidel Castro, Marco Pantani, i favolosi Beatles con annesse scorribande notturne con George Harrison nella Londra by night degli anni 60...
Già, gli anni 60 erano la sua ossessione, gli anni in cui era ragazzo, e non potevano non diventare elemento per una leggendaria gag “Oh nun ha mai invitato nu’ bambino a Blitz, pecche’ non gli può chiedere che faceva negli anni 60”. Così un sublime Troisi dinanzi a un Benigni estasiato in una puntata nel 1984 che vedeva collegato anche quel gran genio di Carmelo Bene, e che la RAI farebbe cosa buona e giusta a riproporre integralmente e non a spezzoni. In quella stagione andammo sul set di C’era una volta in America, per la scena a casa del senatore Bailey con sottofondo Morriconiano, capimmo la World Music d’autore con De Andrè e il suo Creuza de mä, il jazz ironico e folle di Jannacci, il teatro fatto uomo Eduardo De Filippo gli assoluti della medesima arte Gassman o Proietti.
Senza le sue interviste forse non avremmo capito la complessità umana oltre il calcio di Maradona, non avremmo visto il miglior Troisi di sempre in Tv (Alta Classe 1992) in una serata in cui regala una dopo l’altra perle che in queste ore la fanno da padrone sui social, perle come “L’agendina telefonica di Minà, la donna ideale, la sofferenza in amore” il tutto rifinito dall’inimitabile chitarra blues di Pino Daniele.
“Se amo così tanto il Sudamerica lo devo anche a Gianni Minà e alla sua rivista Latinoamerica, nella quale faceva scrivere anche premi Nobel pagandoli con la grappa Nonino, sponsor della rivista”. Così mi disse il mio amico scrittore Marco Ciriello in una serata romana di qualche mese fa. E le risate e le riflessioni nel corso degli anni con un altro amico giornalista, tra imitazioni della sua inconfondibile voce e il suo rimpianto per aver sfiorato l’intervista con uno dei miti assoluti della sua professione dopo aver parlato a telefono con lui.
E la mente mi porta a quell'estate del 2001, quando lo vidi a Civitavecchia, in una festa di Rifondazione Comunista a Piazza Fratti, nessuna foto o autografi, bloccato dalla timidezza dei miei 15 anni. Chiudo inoltrandomi nel rischio del luogo comune, della facile immaginazione. Carissimo Gianni, mi piace pensare che sei stato ribelle e non allineato anche stavolta, con la trovata di andare via prima per la fretta di intervistare ancora Massimo e Diego, ma anche Pino, per il terzo scudetto del suo, ma anche un po' tuo, amatissimo Napoli.







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