Marra: "Napoli quella sera del 30 maggio 1984 tifava Roma, partirono carovane. Poi..."

Le parole dello scrittore: "Quel giorno era di mercoledì, perchè al tempo si rispettava il mercoledì di coppa come un rito sacro anche in finale...".
Bruno Marra, scrittore e giornalista, sulla propria bacheca di facebook ha raccontato con grande stile quel che accadde nel 1984 prima della finale di Coppa dei Campioni tra Roma e Liverpool: "Nel calcio, come nella vita, una sconfitta può restarti dentro più di una vittoria. E una ferita può segnarti più di qualsiasi attimo di felicità, per sempre. L’animo umano è fatto così, per una misteriosa natura che ci ha generato. Ed è così, inevitabilmente, anche la proiezione nell’emisfero della passione calcistica. La nostra ferita più grande della storia è stata Napoli-Milan del “primo maggio”: 1 maggio 1988. Il Milan a 3 giornate dalla fine venne al San Paolo e ci strappò lo scudetto dopo che avevamo dominato l’intero campionato. Prima e dopo quel “primo maggio” vincemmo 2 scudetti e una Coppa Uefa. Ma ancora oggi il “dolore” di quel giorno vive più forte di qualsiasi momento di gloria nel cuore dei napoletani.
Per la Roma, invece, “il giorno di dolore che uno ha” arrivò 4 anni prima, il 30 maggio del 1984. E fu una tregenda sportiva non solo per il mondo giallorosso ma per l’Italia intera.
In una sola parola: “Romaliverpool”, tutto attaccato come una sentenza inespugnabile e una ferita che non si è mai più rimarginata. I romanisti ne hanno vissuti di giorni di gloria, hanno avuto i loro Imperatori, dall’ottavo Re Falcao al figlio dell’Olimpo Totti. Hanno vinto tre scudetti, l’ultimo all’alba del nuovo millennio.Ma quel “Romaliverpool”è ancora oggi la spada nella roccia infilata nelle pieghe dei Fori Imperiali.
Quel giorno era di mercoledì, perché al tempo si rispettava il mercoledì di coppa come un rito sacro anche in finale. Io ero a scuola ma non entrammo perché c’era un gruppeto di miei compagni che pur se tifosi del Napoli partirono per la Capitale. Al tempo c’era un gemellaggio granitico tra i napoletani e i romani, un simbolico patto di ferro tra le due capitali del Sud contro il potere calcistico del Nord. Da Napoli partì una carovana azzurra per l’Olimpico. Perchè il destino volle che quella finale si giocasse proprio a Roma.
La Roma in semifinale aveva fatto una mezza impresa ribaltando il Dundee United, squadra scozzese, dallo 0-2 al 3-0. Una volta non si chiamava “remuntada” ma successe il finimondo. Nella Capitale per l’intera settimana che precedette la finale ci fu una specie di carnevale, una processione quasi liturgica con centinaia di Coppe dei Campioni che vegliavano dal cielo come fregio più alto del Campidoglio. Napoli quella sera del 30 maggio 1984 tifava Roma e sentiva anche propria quella possibile, epica, vittoria.
Poi il campo. Segna prima il Liverpool, pareggia Pruzzo di testa sotto la Nord. Non succede nulla più. La Roma quasi preferisce i rigori, in porta c’è Franco Tancredi uno che i rigori li parava come fossero morsi di pane.
Li vanno a tirare sotto La Curva Sud, il regno della Roma. Il capitano, il “Diba”, Agostino Di Bartolomei mette dentro il primo, prendendosi la responsabilità e facendo strada al coraggio di tutta la squadra. Ma Falcao disse no: io non lo vado a tirare. Il coraggio è come per Don Abbondio, “uno non se può dare”. Il Diba alla fine gli mollerà uno schiaffo, come a marchiarlo di un gesto di viltà. Lui, “Ago” che dimostrerà di non saper scendere a compromessi col dolore proprio il 30 maggio di 10 anni dopo.
Il Liverpool in porta ha Bruce Grobbelaar, un sudafricano istrionico che ride e fa gesti da clown. Diventerà un incubo peggio di “IT” il pagliaccio di Stephen King. Sbagliano Conti e Graziani, due campioni del Mondo del 1982 in Spagna. Roma è distrutta, l’Olimpico è una fossa, l’Italia è muta e attonita. Al Circo Massimo, Venditti canta con tutto il suo popolo, come una nenia, lo stesso “Grazie Roma”. Ma il Liverpool è campione d’Europa.
Adesso si rigioca, 34 anni dopo e per una vita intera. L’eterna sfida tra la Natura umana e la sua ferita…".







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