Marco Rossi, un allenatore in cerca di rivalsa: "In Italia avrei fatto il commercialista"

Un excursus dai suoi esordi con il Lumezzane all'inaspettato pareggio con i campioni del mondo.
Una storia a lieto fine. Anzi, a lieto inizio, quella di Marco Rossi, allenatore dell’Ungheria che ha neutralizzato la corazzata francese. Partiamo, però, dalle origini. Nato a Druento, in provincia di Torino, ma fiero originario di Pozzuoli, come ha tenuto a precisare nel corso di un’intervista. Da calciatore, infatti, ha militato proprio nella squadra locale: la Puteolana. Da quel momento in poi, un giramondo del pallone: è stato un po’ ovunque, arrivando persino in Messico, all’Amèrica, team della capitale.
Comincia la sua carriera da allenatore, nella beretti del Lumezzane. Appena una stagione e passa, subito, a dirigere la prima squadra. Poi, Pro Patria, Spezia e le ultime due esperienze campane, nella Cavese e Scafatese. Il Belpaese, però, non gli dà meriti, come dichiara pure nella conferenza stampa post Ungheria-Francia: “Se fossi rimasto in Italia, oggi sarei a lavorare nello studio di commercialista di mio fratello. In Italia – afferma, Marco, con rammarico – la meritocrazia, purtroppo, non esiste: nell’anno che rimasi fermo, ricevetti tre proposte, ma mi dissero che per allenare, in serie C, avrei dovuto pagare. Rimasi schifato da tutto ciò. Preferii stare lontano dal calcio pensando appunto ad un altro lavoro".
Sì, perché il tecnico di Druento, prima dell’Ungheria, era sul punto di smettere. Fu per pura casualità che i magiari bussarono alla sua porta: “Una gita galeotta da un amico, che ha un ristorante a Budapest, mi permise di conoscere fortuitamente l’ex direttore sportivo della Honved. Arrivò una proposta e cominciai nel 2012. Un segno del destino, per me”. Si rimboccò le maniche, partendo, praticamente, da zero, con una squadra piena di giovani. Il lavoro fu premiato nel migliore dei modi: nella stagione 2016-2017, l’Honved si aggiudicò il campionato ungherese, dopo quattordici anni.
Nel 2018, un ulteriore riconoscimento da parte dello Stato che, fin dal principio, ha creduto in lui, che ha, sì, lo stesso tricolore della bandiera della sua terra natìa, benché disposto in orizzontale. Con Euro 2020, si guadagna un posto nei cuori di tutti i tifosi magiari (e, forse, non solo di quelli) strappando, sabato scorso, il pari, niente di meno che alla Francia di Deschamps, campione del mondo in carica. “Io - ammette gongolando il tecnico italiano - un palcoscenico così, l’ho visto solo in tv. A 56 anni, mi pare di essere un bambino al Luna Park. Poi è chiaro, una volta che ti ci trovi, non vorresti mai smettere. Ma non sono così stupido da dire ‘andiamo a vincere a Monaco'”.
Conclude, infine, con una lacrima di gioia, manifestando tutte le emozioni di chi, con umiltà, è partito dal nulla, senza mai avere pretese: “Per me, oggi, è un giorno speciale”.






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