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Emozionante ricordo su Diego Armando Maradona da parte di Fabio De Martino, giornalista e preparatore sportivo.
Un messaggio sul cellulare, una telefonata a casa, una notizia data in tv rimbalzata ancor prima alla velocità della luce sui social. Siamo dinanzi al classico caso nel quale ci ricorderemo a vita di cosa stessimo esattamente facendo in quel momento di quel pomeriggio di fine Novembre, durante il quale il mondo ha appreso della fine dei giorni del D1Os del calcio. Maradona è morto, tra l’incredulità generale e l’illusione che una notizia del genere non si sarebbe mai dovuta ascoltare. Perché si è sempre impreparati di fronte alla morte di una divinità calcistica, artistica, tran- generazionale, rigettandone la sola idea che possa spegnersi la luce da egli stesso emanata negli anni. Eppure, non ho mai creduto che Diego avrebbe vissuto fino ad 80 anni nel giardino di casa sua tra un mate da sorseggiare (o un più verosimile Fernet y Coca) ed una coperta appoggiata sulle gambe.
Una fine normale, composta, da vecchie glorie alla Pelè per intenderci, seppur ancora in vita da acerrimo rivale nell’ideologia calcistica di un era addirittura antecedente a quella del talento argentino, sarebbe ben immaginabile per chi è stato sempre dalla parte del giusto, del potere, della propaganda ‘pulita’ di uno sport oramai più lercio di quella fetta di popolazione scagliatasi subdolamente contro el pibe de oro, in virtù dei suoi eccessi extra-calcistici. Invece no, el diez ci aveva preparato o quantomeno ci aveva provato ad avvisarci, più e più volte, di un rischio: l’ultima volta meno di un mese fa, pochi giorni dopo il compimento dei suoi 60 anni con l’ennesima paura, l’ennesima corsa in ospedale, l’ennesima resurrezione. Stavolta non è stato così.
Tralasciando i dettagli della cronaca dei quali si è largamente parlato in questi tristi giorni, lascerei spazio al tempo dei ricordi e delle curiosità. Diego lascia il mondo terreno il 25 Novembre, stessa data della morte dell’amico Fidel Castro, conosciuto durante la permanenza a Cuba (famosa l’iconica rappresentazione del comandante comunista tatuata sul polpaccio di Dieguito assieme al volto del Che disegnato sul braccio) e del collega George Best, la più grande ‘rockstar calcistica’ nordirlandese che lo aveva preceduto nella fama di bello e maledetto, di quella tanto abusata definizione di ‘genio e sregolatezza’ affibbiata a leggende calcistiche e non.

In tema di star, il giorno precedente (24 Novembre) ricorreva la morte del leader dei Queen Freddie Mercury, ritratto in una foto con Diego a maglie invertite, quelle dell’Argentina e dell’Inghilterra, filo conduttore delle battaglie sportive in campo che hanno definitivamente consacrato Maradona con le celeberrime ed emblematiche reti segnate ai britannici ai mondiali del 86, ottenendo la rivincita sul rettangolo di gioco di quella sanguinosa guerra per il dominio delle isole Falkland o Malvinas, a seconda della bandiera.

Insomma, la musica e lo sport son stati capaci di unire in maniera straordinaria attraverso i suoi migliori interpreti, ciò la storia aveva contrapposto. Da queste ‘casualità’ che personalmente non ho mai creduto di dover definire tali, accresce ancor di più la celebrazione di un mito resosi immortale per la gente che lo ha sempre amato: dagli xeneizes (genovesi) del Boca, non a caso gemellati entrambi con Napoli in uno straordinario triangolare legame oltre oceanico; al popolo calcistico di ogni fede; ai bambini che come me, nati negli anni ’80 e cresciuti in quel di Soccavo nel dar calci ad un pallone col piede mancino, continuano a vivere nella mitologia epica del re mai dimenticato da una intera città. Ed infine, proprio a proposito del mio quartiere, sarebbe più che mai auspicabile recuperare il vecchio ed abbandonato ‘Centro Paradiso’, affinché i nuovi pargoli siano sorvegliati dall’alto del cielo albiceleste dal loro… D1Os.










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