Lo strano mondo del calcio, ricco e pieno di debiti
Illuminante excursus storico da parte di Maurizio Zaccone per AreaNapoli.it sul mondo del calcio e la sua economia. Alla scoperta di ciò che ha portato all'attuale (difficile) situazione.

Per comprendere meglio questo strano mondo del calcio, dove girano milioni di euro ma il sistema sembra essere perennemente in crisi economica, è forse opportuno fare un passo indietro, e vedere cosa è successo al calcio in Italia, da quando è nato ad oggi. E’ stata davvero la pandemia ad averlo messo in ginocchio? O lo era già prima? Partiamo dall’idea che il calcio è un business strano. E’ uno sport che nasce, agli inizi del 1900, con società non a scopo di lucro, almeno sulla carta. Il desiderio di vittoria, di competitività, fa riversare da subito soldi nel mondo del calcio, da presidenti mecenati, che però il calcio restituiva solo in minima parte, dai ricavi da stadio. Prima si spendeva e poi si vedeva se era possibile recuperare. Prima si cercava di vincere e poi ci si preoccupava, più che guadagnare, di perdere il meno possibile.
LA PRIMA SCISSIONE
Tra club e federazione i conflitti non sono mai mancati.
Nel 1921 le 24 squadre più forti, stanche di disputare un numero elevato di partite con squadre minori (la Prima Divisione arrivò a 88 squadre), operarono una “scissione” dalla Figc facendosi un campionato a parte, costituendo la CCI (Confederazione Calcistica Italiana). Una cosa tipo “Superleague”.
Nel 1922 infatti si disputarono due campionati, la Prima Categoria FIGC vinta dalla Novese e la Prima Divisione CCI vinta dalla Pro Vercelli.
Al primo campionato mancavano i soldi, al secondo il riconoscimento FIFA.
L’anno dopo si riunificarono, sotto l’egida FIGC, ma con le modifiche proposte dai club.
Fu la prima rivoluzione.
A quei tempi il calciomercato era proprio illegale, seppur praticato. Le operazioni erano “mascherate” e in alcuni casi sanzionate pesantemente.

1926: LA CARTA DI VIAREGGIO
Con la “carta di Viareggio”, nel 1926, si legalizzò in sostanza il calciomercato “sanando” anche operazioni precedenti e dividendo i calciatori in due categorie, dilettanti e non-dilettanti.
Non solo; fu eliminato il blocco che impediva ai giocatori di una provincia di trasferirsi in un’altra, e e nacquero le prime “migrazioni” da regione a regione.
Ci fu il “blocco degli stranieri”, idea ispirata al nazionalismo fascista, parzialmente aggirato dai club con il fenomeno degli oriundi.
Si creò la “Divisione Nazionale”, ulteriore passo verso l'introduzione di un girone unico nel campionato italiano (che avverrà nel 1929), con due gruppi da 10 squadre.
Con la nascita del girone unico prende via la “Serie A”, una formula che ha subito poche modifiche in quasi un secolo.
Con gli anni però il calcio torna ad essere in crisi, perché i club restano “associazioni sportive”, governate e gestite come tali, ma con dimensioni economiche equiparabili ad imprese di tutto rispetto. Cercano di “internazionalizzarsi”, di essere competitive; si indebitano ma non si strutturano.

1966: DA ASSOCIAZIONI SPORTIVE A SOCIETA’
Il primo cambiamento arriva nel 1966, con il passaggio da “associazioni sportive” a società di capitali. Il lucro “oggettivo” è concesso, quello “soggettivo” no.
Quindi le società possono generare utili, ma non devono prenderseli, bensì destinarli a fini sportivi.
Questo porterà a una ricerca di “lucro indiretto” (ritorno d’immagine e ricerca del consenso popolare per altri fini) che compensasse gli sforzi economici e anche a una gestione sempre meno attenta sotto il profilo economico pur di non perdere prestigio.
La crisi non diminuì, ma aumentò. Nel 1977 tra serie A e B si registrava un deficit di 50 miliardi di lire. Nel 1980 si salvarono i club con un provvedimento che permetteva di riscuotere l’iva mai pagata (circa 150 miliardi) sui trasferimenti dei calciatori del 1974.
1981: LA LEGGE 91/81
Arriviamo quindi al 23 Marzo 1981 dove si vara una legge, la 91/81.
Al tempo i giocatori erano “di proprietà” delle società.
Si faceva un contratto e si stabiliva uno stipendio per tutta la durata della carriera sportiva.
Un giocatore veniva ceduto solo se c’era la volontà del club, altrimenti era legato per sempre.
Con questa legge, i contratti acquistano una durata definita, come avviene oggi.
Se il giocatore cambiava club alla scadenza, al club originario veniva riconosciuta una Indennità di Preparazione e Promozione (IPP).
L’assenza dello scopo di lucro viene rafforzato; gli eventuali utili vanno investiti interamente per il “perseguimento dell’attività sportiva”.
Questo pose un conflitto tra l’idea di “società” generalmente intesa come commerciale, ideata per generare profitto, ed il divieto sostanziale di lucro.
Ma soprattutto appariva innaturale che società le quali necessitavano di struttura manageriale di prim’ordine e ingenti mezzi economici fossero costrette alla “non lucratività” ma costrette a perseguire esclusivamente i romantici ideali dello sport.
Piacesse o meno (e questa cosa non piaceva a nessuno), si andò avanti così per un bel po’.
ANNI 90: PAY TV, SENTENZA BOSMAN, FINE DI LUCRO
Negli anni 90 gli introiti cominciavano ad aumentare grazie all’avvento delle pay tv, ma il calcio restava ancora in crisi, sostenuto o dai mecenati di turno o da artifizi contabili.
E arriviamo al 1996 con la nota “sentenza Bosman”; che sancisce il diritto di un calciatore europeo di trasferirsi in un altro club (sempre nell’Unione Europea) senza che il club debba nulla all’altro; ovviamente a scadenza di contratto.
La “libera circolazione” fece ovviamente cadere anche il tetto al numero degli stranieri in rosa (ad eccezione degli extracomunitari, limite tuttora vigente).

Ma, soprattutto, venne introdotto il “fine di lucro”, concedendo ai soci dei club di ripartirsi gli utili e vincolandoli a un reinvestimento per finalità sportive (scuole giovanili, formazione, ecc.) non più per l’intera somma ma per un minimo del 10% degli utili.
DAL 1996 AD OGGI
Cosa succede dal 1996 ad oggi?
Prima di tutto una marea di soldi si riversa nel sistema con i diritti tv.
Solo per la serie A si passa da 1 milione di euro del 1980/81 a 500 milioni nel 2000/2001.
E cosa fanno le Società? Anziché “sanarsi”, reinvestono gran parte dei soldi negli ingaggi ai calciatori e strapagando i loro cartellini. Senza una seria logica d’impresa.

Il prezzo, come si dice, lo fa il mercato.
E se qualcuno decide che “Tizio” vale 30 milioni di euro, le società attribuiscono agli atleti di egual spessore lo stesso valore. E fin qui resterebbe sempre un problema, ma almeno sarebbero soldi che restano nel sistema calcio, dei club.
Il problema è quando decidi che “Caio” debba avere uno stipendio di, ad esempio, 10 milioni l’anno. Salgono, all’istante, le pretese e gli stipendi di tutti gli altri.
E se la valutazione iniziale era viziata, perché fatta da qualcuno che non aveva interesse a far quadrare i conti ma agiva o per mecenatismo o per interessi terzi, si droga di fatto il mercato.
Chi ci guadagna? Un manipolo di calciatori e i loro procuratori.
Chi ci perde? Tutto il sistema calcio, che non è fatto solo di ricchi club, ma di serie minori, settori giovanili, ecc. che a pioggia risentono negativamente delle assurde valutazioni a monte.
La possibilità di andare via a parametro zero, senza beneficiare neanche di quel fondo, l’IPP, sposta definitivamente la ricchezza dalle società ai calciatori.
Il mercato dei “cartellini” si riduce, quello degli ingaggi si alza sempre più.
La colpa è principalmente delle società che hanno alimentato questo modello offrendo ingaggi fuori mercato a giocatori che spesso hanno anche deluso, costringendo però i club a tenerseli sul groppone fino a scadenza appesantendone gravemente i bilanci.
Arriviamo al 2003 con il decreto salva calcio. Lo Stato concede ai club di spalmare in 10 anni le perdite non costringendole a ricapitalizzazioni immediate.

Ma non basta. Non basta neanche l’istituzione del fair play finanziario introdotto dalla UEFA nel 2009, dove, in sostanza, si pregano cortesemente i club di non spendere più di quanto guadagnano.
Si è dovuti arrivare a metterlo per legge, perché, pur essendo un principio base di ogni mercato, nel calcio non si è mai riusciti a farlo “attivare” normalmente.
Ma i grandi club (non solo italiani ma soprattutto europei) continuano a fare il bello ed il cattivo tempo, con la complicità delle Istituzioni sportive che vigilano in maniera blanda, e degli altri club che fingono opposizione al sistema ma in realtà nulla fanno e cercano di prendersene le briciole, fin quando ci sono.
Quando finiscono, si rivolgono allo Stato.

In conclusione la storia che il Covid sta facendo fallire il calcio è una mezza bufala: mezza, non intera.
Ha assestato un duro colpo, certo, che sarebbe però stato sopportabile in quanto incidente più sugli incassi da stadio (una voce sempre meno rilevante) che su quella dei diritti tv, da sempre fonte principale.
Si sono abbassate anche altre voci di bilancio in questo periodo, è indubbio; ma diventa un duro colpo solo perché il sistema era malato di suo, e non accenna inversione di tendenza.
Il calcio può e deve salvarsi da solo; ristrutturandosi e sottraendosi ai ricatti dei procuratori.
Dandosi regole e facendole rispettare.
Allargando i cordoni della borsa solo per investimenti sul brand, in strutture, nel marketing, nei settori giovanili, negli stadi, in una seria gestione dei diritti d’immagine dei calciatori (voce mai seriamente sfruttata dai club che pure sarebbero loro a “creare” quell’immagine) e non per arricchire giocatori e procuratori e poi affidarsi a bilanci taroccati e alle briciole dei club “potenti”.
Sono un po’ tutti complici in questo.
A pagare, però, sono sempre gli ultimi. I tifosi.
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