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La delegittimazione di Garcia sarebbe un errore pericoloso per il futuro del Napoli


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Pubblicato nella sezione Altre notizie
La delegittimazione di Garcia sarebbe un errore pericoloso per il futuro del Napoli
© foto di SSC Napoli

Vincenzo Imperatore nel suo articolo per AreaNapoli.it propone una chiave di lettura del comportamento pubblico di Aurelio De Laurentiis nei confronti di Rudi Garcia.


Delegittimare è tradire, è far mancare il sostegno, è accoltellare alle spalle. Non è un peccato veniale o una distrazione, no. E’ un vero e proprio atto pubblico di sfiducia! Avete presente quando prendete una decisione, la comunicate al vostro gruppo di riferimento e poi, un capo o simile, vi cambia le carte in tavola? Si chiama delegittimare, ovvero equivale a dire “lasciate perdere questa idiozia che ho fatto nello scegliere questa persona e seguite ora me”.  È una vera e propria pugnalata alle spalle data alla credibilità della persona (allenatore, manager, ecc..) che ha assunto la responsabilità del risultato da un’altra che, di solito, non ha cultura e cognitività idonee ad occupare un ruolo superiore (presidente, direttore generale, ecc…). 

Delegittimare è togliere valore, un comportamento non affidabile e quindi inutile se non peggio. Quando accade questo in un’azienda, il danno è grave, molto più grave di quello che prospetticamente potrebbe produrre l’inefficienza dell’allenatore o manager. 

Ecco perché non si dovrebbe cambiare ora l’allenatore e soprattutto De Laurentiis, contrariamente a quanto richiesto dalla piazza, non ha delegittimato l’allenatore.

Sarebbe un colpo basso all’affidabilità complessiva dell’organizzazione ed evidenzierebbe la mancanza quanto meno di coordinamento. Delegittimare l’allenatore ucciderebbe il rispetto e tutto quello che c’è di connesso, a prescindere dal motivo per cui è avvenuto. 

No, non è una leggerezza: è un errore gravissimo di ignoranza relazionale da parte di chi ha difficoltà a contenere il protagonismo. E, parlando di De Laurentiis, non è un paradosso. 

Per un manager, soprattutto se senior e autorevole, non c'è perimetro più importante da tutelare che l'autonomia di gestione con cui svolgere le delicate responsabilità affidate. Mettere in atto comportamenti che intendono ridurre tale autonomia significa porre le basi per avviarsi su un terreno scivoloso che va ben oltre il disaccordo sulle modalità attraverso cui svolgere il proprio ruolo. Comportarsi in questo modo, infatti, significa mancare di rispetto, ledere l'immagine e la legittimazione del manager nei confronti dei suoi collaboratori, togliere di fatto quella fiducia che, alla base di ogni rapporto di lavoro, diventa essenziale e strutturante per i ruoli di direzione. 

A quel punto si apre uno scenario complicato. Come risolvere un conflitto così aspro e visibile? Chi farà un passo indietro? Chi potrà mediare? Disporrà l'impresa di strumenti idonei a indirizzare un conflitto così pericoloso indebolendone la portata anche per non trasformarlo in una spirale di altri e ancora più disfunzionali conflitti (con calciatori, procuratori, direzione sportiva, ecc..)?

Proviamo ad annotare quanto sta succedendo nel Napoli, riflettendo sui fattori che potrebbe scatenare questa situazione e le possibili implicazioni.

La situazione del Napoli propone un quadro scivoloso perché pur nascendo come un task-conflict, riconducibile dunque ai contenuti del lavoro e al modo diverso con cui lo si può guardare, contiene in sé tutti i semi per trasformarsi in un conflitto di processo e in un radicale conflitto personale che l'esperienza segnala come il più disfunzionale per gli interessi dell'organizzazione. 

Garcia si sentirebbe offeso nella sua dignità di senior manager dell'azienda, consapevole anche che accettare comportamenti delegittimanti del suo presidente significherebbe imboccare una via senza ritorno. Per questo sente di dover alzare un muro. Costi quel che costi.  E le dichiarazioni di ieri lo confermano. Dire “la base è buona” sembra una offesa al valore di un team che ha stravinto, come non mai negli ultimi venti anni, un campionato.  

Si tratta di una situazione in cui l'eventuale entrata a gamba tesa del presidente, giustificata dal voler controllare direttamente i risultati del suo allenatore, farebbe crollare un'intera architettura di principi, regole scritte e non scritte. 

Che fare? È evidente che non si dispongono di strumenti capaci di risolvere senza implicazioni anche drammatiche questa situazione (per esempio il licenziamento di un allenatore-manager, ma anche il mancato raggiungimento della zona Champions). 

In questo caso a configgere sono due leadership, due modi di vedere il mondo, due professionisti dall'equilibrio precario. Destabilizzarlo con rotture evidenti delle regole del gioco fa correre seri rischi, potendo sortire esiti davvero controproducenti e senza uscita. 

In verità la storia di Garcia, nelle aziende (anche editoriali) si ripete con una certa frequenza. Quando succede a ciascuno di noi, così come analizzato la settimana scorsa, ci arrabbiamo e cerchiamo di ricorrere a un sostegno esterno che ci aiuti a leggere la situazione con i nostri occhi producendo comportamenti e soluzioni capaci di determinare implicazioni in più direzioni.

Ed è sempre difficile stabilire se ne valga la pena.


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Vincenzo Imperatore
Laureato in Economia e Commercio, ha lavorato 22 anni come manager di un istituto di credito. Dal 2012 è un libero professionista, saggista, scrittore e giornalista pubblicista. Collabora con importanti testate.

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