Ingaggi, plusvalenze e stadio: tutte le cifre del Napoli. Due strade per migliorare il bilancio

Analisi economica del bilancio della SSC Napoli, c'è un rosso importante, ma non c'è assolutamente da allarmarsi. Quella azzurra è una società in salute.
C’è la crisi, ce lo dicono tutti. Il Covid ha ammazzato il calcio e bisogna ridimensionare, tagliare, rientrare. E’ così anche per il Napoli? Fino a un certo punto, a leggere i bilanci. Vero che l’ultimo bilancio ci parla di un rosso di oltre 50 milioni. Ma da che dipende? Il Covid c’entra relativamente. La voce principale del fatturato del Napoli, come di molte altre società, continua ad essere quella dei diritti tv. E questi non sono affatto cambiati. Nel 2019 il Napoli chiuse con un utile di circa 30 milioni (anche questi accantonati come si suol dire a riserva, che superava i 140 milioni. Soldi mai provenuti da ricapitalizzazioni dei soci, mai fatte, ma dai guadagni generati dal club).
Nel 2020 arriva il saldo negativo di 19 milioni. 274 milioni di ricavi, 294 milioni di costi.
Nei ricavi i diritti tv pesano per 121 milioni (54 dalla Serie A e 61 milioni dalle competizioni Uefa) poi ci sono 96 milioni di plusvalenze e i ricavi da stadio che ammontano a 13 milioni. Una voce, quest’ultima, da sempre poco determinante. Ma in realtà ci sono altri 6,8 milioni di ricavi da sponsorizzazioni e 22,8 milioni di ricavi da diritti televisivi di alcune partite disputate dopo il 30/06 che si è deciso di contabilizzare nell’esercizio successivo. Altrimenti non ci sarebbe stato rosso.
Nel 2021 rosso di 59 milioni.
I diritti tv non calano, ma addirittura aumentano, 123,6 milioni, dei quali 100 dalla Serie A (per quello spostamento contabile) e solo 17,8 milioni dalle competizioni Uefa.
I ricavi commerciali salgono a 38,7 milioni (da 31,4).
Sono le plusvalenze a dimezzarsi (49 rispetto a 96).
E si azzerano gli utili da stadio, ma abbiamo visto la loro incidenza relativa.
I costi restano generalmente stabili, con un aumento di circa 10 milioni di euro. Su questi ha inciso un aumento del monte ingaggi arrivato a 134 milioni lordi, superiore di 22 milioni al precedente ma mitigato da altri costi calati.
Detto in soldoni, quei 13/14 milioni da stadio non pervenuti, insieme alla mancata Champions (con relativi diritti tv) e le minori plusvalenze, producono questo rosso che si sarebbe evitato probabilmente con una cessione importante che non si è riusciti a fare.
E che adesso, questo sì causa Covid, è sempre più difficile fare.
Al Napoli manca la plusvalenza ciclica, e i mancati approdi in Champions.
Ma è un rosso ripianato dagli utili, non dalle tasche dei proprietari.
I compensi del CDA sono infatti addirittura aumentati e la società è più che sana.
E per evitare però che la cosa si ripeta ancora, fino a diventare rischiosa, ci sono le solite due strade: o si aumentano i ricavi o si riducono i costi.
Per aumentare i ricavi però o fai investimenti strutturali (e il Napoli non è interessato a costruire neanche un Lego) o trovi forme di sponsorizzazioni importanti e di commercializzazione del brand nel mondo, però anche per questo servono investimenti e professionalità. E la parola “investimenti” è un po’ come la kriptonite in casa Napoli. Stessa cosa per le figure “professionali”. Nel Napoli c’è lo stretto indispensabile: padrone del negozio, cassiera e commesso.
Non resta che ridurre i costi, quindi il monte ingaggi.
Giusto? Comprensibile, direi. Ma senza evocare ogni tanto l’ombra del fallimento. Perché se c’è una squadra che vive di ottima salute, quella è il Napoli.
C’è un’aurea negativa generatasi che ci vede boccheggianti al grido di “c’è la crisi”.
La crisi c’è nel calcio, ma non da oggi. C’è perché gli ingaggi sono eccessivi a causa di chi ha anteposto il desiderio di vincere al risultato economico, drogando di fatto il mercato. Ora anche loro se ne stanno rendendo conto e provano a rientrare. Il Napoli, che invece mai ha commesso di questi errori, sceglie comunque la strada del ridimensionamento per abbattere qualunque rischio futuro, ma non perché in crisi.
La crisi sta arrivando per i grandi club internazionali, per i giocatori superpagati e per i procuratori ricattatori che dovranno fare i conti con l’assenza di liquidità.
Per chi si aumenta lo stipendio, fidatevi, non c’è nessuna crisi.







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