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Il velo trasparente di Ozpetek: perchè il bisogno di raccontare Napoli è un problema per Napoli


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Pubblicato nella sezione Altre notizie
Il velo trasparente di Ozpetek: perchè il bisogno di raccontare Napoli è un problema per Napoli

Ozpetek ha voluto toccare Napoli in maniera trasversale con "toccate" e foca (o fuga se volete) in una storia senza testa nè coda (solo quella di Giovanna Mezzogiorno c'è ed è sollevata anche da un fantasma)


“Napoli Velata” di Ferzan Ozpetek è ri-uscito. Nel senso che è uscito di n-uovo dalle contrazioni di più parti (gestazioni e idee altrui) che vengono condensate tra le gambe di un femminiello nell’atto della “figliata”, che al cinema propose nel 1981 anche Liliana Cavani nel film “La pelle”, tratto dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte. “Napoli Velata” si apre così tra nenie mistiche in bilico tra vita e morte, “taluorni”, richiami a miti greci e il famoso velo che è il simbolo del mistero, dell’importanza del sentire e del vedere con il “terzo occhio” la vibrazione dell’universo che è come il battito del cuore e del movimento che porta alla nascita. Forzato e piuttosto manierista il rimando alla Cappella di Sansevero e al famoso Cristo di Giuseppe Sanmartino di cui non condivide nemmeno l’ultimo respiro di un velo che viene risucchiato e respinto nella narice destra. Il velo di Ozpetek è talmente trasparente che non  si nota, di aspetti alchemici neanche l'ombra.


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Ferzan (chiamato “Verza” da Massimo Troisi, di cui fu assistente volontario in “Scusate il ritardo”) Ozpetek (che usa le bellezze della città come antidepressivo naturale ai suoi mali endemici), con questa pellicola realizza più che altro un esercizio di stile mettendo insieme citazioni e omaggi. E il puzzle che ne viene fuori è il compendio di un certo narcisismo intellettuale profondamente radical chic. Dai giochi paralleli di Lynch tra immaginazione e realtà sulla timeline di Mulholland drive  al piano sequenza della scala ne Il mistero di Rookford con cui condivide aspetti narrativi (“perché non vuoi aprire gli occhi? Hai bisogno di vedere fantasmi più di chiunque altro”, “è dai vivi che devi guardarti, non dai morti”, “eri terrorizzata e hai chiuso gli occhi nella speranza che la paura svanisse”); da L’oro di Napoli  con la sua balconata disperata su cui versò lacrime Paolo Stoppa, a La casa sul lago del tempo dove Sandra Bullock è alle prese con un appuntamento mancato con il suo amato (Keanu Reeves) scoprendo poi che è la morte l’impedimento (anche il quel caso c’è un volto di mezzo: uno non visto, quello di Ozpetek sfigurato). Continuando, da Pensavo fosse amore… invece era un calesse di Massimo Troisi con la scena della sibilla sul letto affiancata dalla nana che rimanda a La Grande Bellezza o, se volete, a La migliore offerta; da Mai con uno sconosciuto ad Eyes wide shut. Ma Ozpetek, per non farsi mancare niente, ci ha messo anche Giallo napoletano (anche qui c’è un Peppe Barra enigmatico accanto a Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Peppino De Filippo e Franco Javarone), un po’ di polvere dei film “partenopei” di Riccardo Garrone, gli ultimi spot di “Dolce e Gabbana” e qualche “suono” tra Enzo Moscato e Annibale Ruccello. 


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Entusiasmante il sempre bravissimo Peppe Barra (lui non delude mai a differenza di Luisa Ranieri) che subisce però la scelta registica di morire con una limonata  che fa rivivere per un attimo Mario Merola in un celebre film con Gigi D’Alessio. Non manca, a pensarci bene, nemmeno “Un posto al Sole” e “La squadra”. Insomma, Ozpetek ha voluto sfiorare Napoli in maniera trasversale con “toccate” e foca (o fuga se volete, ma anche altro) in una storia senza testa né coda (solo quella di Giovanna Mezzogiorno c’è ed è sollevata anche da un fantasma) che sparisce come la protagonista nella sequenza finale nei vicoli di una città che è solo la cornice di un quadro che somiglia ad una locandina turistica (come ha scritto Marco Ciriello, giornalista e scrittore, nel suo “Effetto Napule” su Mexicanjournalist) mischiata a tocchi di vuota follia dolorosa tipica di esperimenti da laboratorio teatrale che in tanti liquidano come “assurdo” o, peggio ancora, “avanguardia pura”.  “Serviva qualcosa da contrapporre a Gomorra per parlare in un altro modo di Napoli”, ha sottolineato qualcuno qua e là. Ecco, il punto è proprio questo: il bisogno di parlare a tutti i costi di Napoli è uno dei problemi di Napoli. Che fa sempre comodo, in qualunque pastrocchio. 


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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