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Il Film di Kapadia vietato ai napoletani, un Diego Maradona per il resto del mondo


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Il Film di Kapadia vietato ai napoletani, un Diego Maradona per il resto del mondo

Il documentario di Kapadia divide i fan di Maradona e soprattutto i napoletani che criticano la scelta del regista di indugiare sulla camorra e sui Giuliano.


Diego Maradona è un continuo divenire, come fai a raccontarlo? Il Pelusa è una chiave d’accesso ai ricordi di chiunque lo abbia vissuto in un modo o in un altro. Asif Kapadia, regista indiano specializzato in documentari, si è limitato a ricostruire i pezzi di un asteroide caduto improvvisamente su Napoli e di cui ogni napoletano conserva i cristalli da qualche parte a memoria di una ricchezza emozionale diversa, mai avuta prima. Kapadia ha concluso con il film sull’argentino la personale trilogia legata al talento dei bambini: i primi due progetti su Senna ed Amy Winehouse (con quest’ultimo si è aggiudicato anche un Oscar). Diego Maradona è un film di due ore incentrato soprattutto sul periodo più importante della carriera del Diez, ovvero i sette anni napoletani.


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L’inizio del lungometraggio richiama molto i film polizieschi italiani di fine anni 70: due auto corrono a tutta velocità verso il San Paolo nel giorno della presentazione del fenomeno mondiale, è il 5 luglio del 1984. Le immagini sono intervallate dai momenti salienti della carriera fino a quel giorno: il debutto in Primera Division con l’Argentinos a 16 anni, i primi trionfi con il Boca dove Diego piazza una delle sue prime massime con indosso una leggendaria pelliccia marrone: “Mi interessa più la gloria del denaro”. Poi il paragone che lo accompagnerà per sempre con Pelè allontanato brillantemente: “Voglio essere semplicemente Maradona, non il secondo Pelè”. Quindi il Barcellona che per portarlo al Camp Nou spende la cifra più clamorosa fino ad allora, poi ovviamente il tremendo infortunio contro l’Athletic Bilbao che gli cancella il 30% di mobilità della caviglia sinistra, la rissa sempre con i baschi come vendetta per l’intervento killer, le chiacchiere sulla vita notturna e Ferlaino, presidente del Napoli, che lo strappa al Barcellona conquistando i titoli dei media francesi: “La città più povera d’Italia e tra le più povere d’Europa, spende la cifra più alta per il calciatore più forte al mondo”. Una contraddizione che nessuno ha perdonato. Contraddizione per chi non conosceva i tormenti di Diego e che nemmeno sapeva che il Napoli era l’unico club a volerlo realmente. Ma lui aveva bisogno di una sfida, di sentirsi vivo su un campo di pallone perché come lui stesso lapidariamente dice “quando entri in campo i problemi scompaiono, la vita scompare, tutto scompare”. E si torna al 5 luglio 1984 nel ventre del San Paolo che ribolle e urla il nome del suo messia, roba da far impallidire un film di Ridley Scott.


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Diego sorride in conferenza stampa stordito dall’entusiasmo, sorriso che di lì a poco lascia spazio allo stupore quando Ferlaino caccia un giornalista francese che aveva chiesto a Maradona se sapesse che era stato comprato con i soldi della Camorra. Kapadia ripropone lo stile dei suoi precedenti lavori, sotto ad immagini di repertorio scorre la voce dell’intervistato. Ed è così che appare una delle figure chiave della vita dell’argentino: il preparatore atletico Fernando Signorini. Che confessa di aver capito subito che con Diego sarebbe andato in cima al mondo, mentre con Maradona non avrebbe fatto un passo. Diego era un ragazzo meraviglioso pieno di insicurezze, Maradona la maschera che si era creato per non farsi schiacciare dalla macchina calcistica. Spesso una brutta maschera, ma la stessa che aveva permesso a Diego di abbandonare per sempre Villa Fiorito. E qui il regista con immagini di repertorio ci fa vedere il background maradoniano, ci porta in uno degli slum (baraccopoli) di Buenos Aires, Villa Fiorito appunto. Diego grazie ad un pallone di cuoio è riuscito a fuggire dalle strade polverose e dai tetti di lamiere. A 15 anni già manteneva tutta la sua famiglia come conferma sua sorella Maria: un peso enorme, una responsabilità che lo fece diventare grande in un tempo piccolo. Il documentario torna al primo anno di Napoli con Diego che supera i piccoli problemi di adattamento al nuovo campionato (unica e vera lega di all star nella storia del calcio, una sorta di NBA calcistica) e porta una squadra da retrocessione all’ottavo posto. Il regista individua una data in cui Diego, sotto una pioggia battente, diventa un Dio per tutti i napoletani: l’ 1 a 0 alla Juve con la punizione più bella di tutti i tempi. Era il 3 novembre dle 1985: da quel momento esibire una foto col Pibe de Oro diventa il desiderio della città, ed è qui che vengono mostrate le foto dell’argentino con la Napoli oscura, quella della Camorra, le frequentazioni con il clan Giuliano. Maradona racconterà che gli sembrava di essere nel leggendario film di Brian De Palma, “Gli Intoccabili”, e non è la prima volta che l’argentino associa la sua vita ad un film di regista italo americano: nel film di Kusturica lo fece con Toro Scatenato di Scorsese, in entrambi le pellicole  citate dal Diez  l’attore protagonista è Bob De Niro.

E si arriva alla passione per le donne, inevitabile per uno degli uomini più famosi e celebrati del 900, rapporti ufficiali come quello con la donna di sempre, Claudia Villafane, relazioni clandestine con soubrette famose (Hether Parisi), figli legittimi e altri riconosciuti anni dopo, il caso Sinagra con Diego Junior su tutti. Maradona è come Jim Carrey in The Truman show: tutti sanno della sua vita 24h su 24. Ma tutto diventa corredo dinanzi alle sontuose vittorie del biennio 1986 – 1987: Mondiale con l’Argentina vinto da alieno, quasi da solo, il primo scudetto con il Napoli. Due anni in cui si è visto il meglio di lui. Kapadia utilizza molte immagini di repertorio stranote, a parte un meraviglioso incitamento di Diego negli spogliatoi dell’Azteca prima della finale con la Germania: “Tra due ore saremo campioni del mondo ragazzi”, altro che Wallace alias Mel Gibson in Braveheart. Maradona è l’uomo che due popoli (quello argentino e quello napoletano) aspettavano da sempre, un liberatore sociale, un supereroe, una macchina della felicità a cui chiedere di riscattare molte vite insignificanti donandole orgoglio. Ma Diego è il più umano dei supereroi, il più umano degli dei, resiste fino al 1989 e dopo aver portato il Napoli in cima all’Europa è saturo di stimoli, ha problemi esistenziali enormi, la cocaina da vezzo gestibile sta diventando sempre più un vizio che gli sta distruggendo la vita. E Napoli è una gabbia dorata, gioca sempre anche quando la schiena gli dice di fermarsi. Ma giù con infiltrazioni e via. Una gabbia che dopo 5 anni inizia a stargli stretta. “Ero diventato la bandiera del sud, a Napoli avevo fatto tutto” racconta l’argentino mentre scorrono le immagini di un filmato privato in cui insegna a sua figlia Dalma a dire parolacce contro Juventus e Milan. Ma Ferlaino gli impone, da buon “carceriere”, il rispetto del contratto, del resto Diego in una memorabile dichiarazione a Soccavo nel 1989 lo fa capire, e sembra un po’ Pinocchio che accusa Mangiafuoco: “E’ il mio capo Ferlaino, quando lui vuole giocherò”. E Diego gioca come sempre, trascina il Napoli al secondo trionfo tricolore anche se il linguaggio del corpo dopo Napoli-Lazio non emana la stessa felicità di due anni prima. Diego si appresta ad affrontare il mondiale italiano da nemico pubblico numero uno. Il destino sa essere migliore di qualsiasi regista o sceneggiatore ed infatti la semifinale del Mondiale contro l’Italia si gioca nella sua Napoli. Kapadia nel documentario smonta finalmente dinanzi agli occhi del mondo le fake news secondo la quale a Napoli si tifasse Argentina.

Il problema è che Diego quella sera, segnando il rigore che elimina la Nazionale di Vicini, sancisce la fine della sua relazione con l’Italia calcistica e non. Un sondaggio di Repubblica lo pone come uomo più antipatico d’Italia per distacco davanti a dittatori e politici, un accanimento che nel nostro paese ricorda molto quello che visse Pasolini. Accanimento che sfocia nei penosi fischi all’inno argentino dell’Olimpico durante la finale: Roma, come Milano, Firenze e Torino si macchia di una vergogna infinita, gli haters non lo sopportano più, 6 anni di trionfi al Napoli e l’eliminazione della propria Nazionale sono troppo per un paese che non sa apprezzare l’arte, figurarsi se questa è messa al servizio dei deboli e non dei soliti club del poderoso nord. Come dice il giornalista Italo Cucci, “Maradona è un singolare caso di entusiasmo che si è via via trasformato in disappunto perché tutti speravano che andasse a Napoli a fare il figurino, ma non a vincere. Appena ha cominciato a vincere è diventato subito antipatico. Poi lo hanno anche accusato di essersi arricchito e di aver voluto fare le feste che di solito fanno i ricchi, con lo stesso cattivo gusto, ma siccome lui è originario povero, non se le poteva permettere. Questa somma di cose ha portato all’antipatia di Maradona”. In definitiva, il film di Kapadia è vietato ai napoletani per vari motivi: i veri innamorati di Diego, quelli di ieri e di oggi, a prescindere dall’età, conoscono già l’85-90% delle immagini, di inedito per loro non c’è moltissimo, se si escludono i festeggiamenti del padre Chitoro tra i tifosi del Napoli, oppure qualche registrazione telefonica o una telecamera che indugia sullo sguardo perso nel vuoto di Maradona nel corso di una festa della squadra nel Natale del 1990. E poi si parla tanto di camorra senza lasciare spazio al meraviglioso lato sociale di Diego tra azioni dolcissime nei riguardi di poveri, orfani, malati ecc. ecc., oppure alle scorribande notturne anche in provincia dove andava a mangiare “’o pere e ‘o musso” palleggiando con i limoni (forse solo leggende popolari, chissà…). Quello di Kapadia è un Maradona per il resto del mondo, per coloro che hanno voglia di approfondire meglio alcuni aspetti, non tutti, del risultato di una contesa tra Dio e Demonio in un corpo solo guidato dai fili piantati nell’universo come un burattino e da fiamme incandescenti zampillanti dall’inferno.  Un buon documentario, nulla di più. Almeno per i napoletani malati di Dieghitudine.

Fabio Gentiluomo - Luca Cirillo


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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