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Il caso scommesse conferma che l'Internal Auditing del Napoli funziona bene. E vale più di uno scudetto

Vincenzo Imperatore, nel suo editoriale, sottolinea i meriti della società partenopea per quanto riguarda la gestione dei giocatori anche fuori dal rettangolo verde di gioco.


Vincenzo ImperatoreVincenzo ImperatoreAnalista finanziario e giornalista

16/10/2023 10:26 - Altre notizie
Il caso scommesse conferma che l'Internal Auditing del Napoli funziona bene. E vale più di uno scudetto
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"Nessun giocatore del Napoli coinvolto nel caso scommesse” ha affermato Fabrizio Corona che, al netto di giudizi complessivi che non spetta a me fare, sta dimostrando di essere più efficiente dell’ufficio indagine della FIGC, arrivando a scoprire fatti rilevanti penalmente prima degli 007 degli organi di controllo federale. E’ l’ennesimo trofeo di una gestione imprenditoriale, quella di Aurelio De Laurentiis, che dimostra ormai da anni di avere procedure di audit interno orientate ad una cultura di impresa socialmente responsabile.

L’Internal Auditing (IA) è un termine che fa riferimento a quella attività di controlli interni (non affidata, quindi, a soggetti esterni) volta a verificare che tutti i processi aziendali svolgano le loro funzioni in modo corretto ed efficace.

Per comprendere a pieno il significato del termine, forse può ulteriormente aiutare una sfumatura etimologica: l’espressione deriva direttamente dal latino, più precisamente dal verbo “audire” (la cui traduzione letterale in italiano è “ascoltare”). In altre parole il termine audit è riconducibile alla sfera semantica del verbo “sentire”, inteso come captare segnali (sia positivi che negativi) che arrivano direttamente dalla gestione aziendale per correggere o eliminare eventuali comportamenti  anomali.

Ancora una conferma: il Napoli non è solo la migliore espressione di efficienza organizzativa di Napoli e del business-calcio italiano. Il Napoli è anche un modello di imprenditoria coraggioso e socialmente responsabile. Perché fare impresa in un contesto ambientale come Napoli (e in Italia) non è la stessa cosa che farla a Londra o a Los Angeles.

Non farò tuttavia l’errore di farmi trascinare nel vortice apologetico definendo la società azzurra un esempio di organizzazione etica. Etica, che parolone! E soprattutto, che abuso improprio nel nostro Paese! Se poi ci riferiamo al mondo del calcio, allora rischiamo addirittura di cadere nel ridicolo. 

Troppa richiesta di etica in un Paese dove i casi di comportamenti immorali, e non solo nel calcio, sono cronaca quotidiana. È tutto così confuso, troppo confuso. 

In questo Paese la corruzione, la collusione, il malaffare sono talmente radicati nel contesto sociale che facciamo fatica – basti pensare agli scandali nella Chiesa cattolica – a trovare “settori o ambienti” etici.

La definizione di “atteggiamento etico”, anche di un presidente di una squadra di calcio e dei suoi collaboratori, non deve quindi essere ridotta, come spesso succede in Italia, a concetti quali “buono” o “cattivo”, ma piuttosto a considerazioni sul dialogo sociale e sull’idea di comunità.

Non esiste dunque l’organizzazione “buona” o “cattiva”; può e deve esistere l’azienda “attenta” a regole che si traducano in una struttura di governo delle relazioni, in base alla quale la responsabilità degli amministratori non sia esclusivamente rivolta agli azionisti per la remunerazione del capitale investito, bensì necessariamente orientata, sempre per la inevitabile finalità di massimizzazione del profitto, verso tutti quei soggetti (dipendenti, fornitori, clienti) che, a vario titolo, abbiano un interesse diretto nei confronti dell’attività della società. Un’azienda che abbia quindi una responsabilità sociale. In questa prospettiva, anche il profitto non è qualcosa di negativo, non è mero egoismo, ma il risultato concreto di un lavoro fatto bene.

La responsabilità sociale di un imprenditore, in questo Paese, però, necessita di coraggio, di quell’audacia insita nel concetto di rischio imprenditoriale che non è mancanza di paura, bensì consapevolezza di poterla superare attraverso la profonda conoscenza dei nostri limiti. Anche nel mondo del calcio.

Le più evidenti degenerazioni dell’osmosi, nel business dello sport, tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo sono infatti, quelle del mondo del calcio, dove gli intrecci fra riciclaggio, corruzione e malavita sono stati oggetto di indagini giudiziarie in tutta Italia: partite truccate, gestione illecita delle scommesse, controllo delle scuole calcio e dei vivai, estorsioni mascherate da sponsorizzazioni e minacce a giocatori, allenatori e dirigenti, utilizzo delle tifoserie per il controllo dei servizi e delle attività interne ed esterne agli stadi e gestione del bagarinaggio.

Il Napoli della gestione De Laurentiis non è mai stato coinvolto in questo tipo di situazioni. È un dato oggettivo, non il risultato di una considerazione passionale. Il Napoli non è mai stato così orgogliosamente libero da compromessi, in campo e fuori.

Il controllo dei rapporti tra calciatori e società civile è serrato e non ammette deroghe. Calciatori, anche molto amati dai tifosi, che direttamente o inconsapevolmente sono stati accostati a figure e a storie losche della città, dopo poco tempo hanno fatto le valigie e hanno dovuto lasciare la maglia azzurra.

In certe dinamiche, il Napoli sembra un corpo estraneo a Napoli e all’Italia.

Sicuramente un risultato più difficile di uno scudetto. E che vale molto di più. 


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Vincenzo ImperatoreVincenzo Imperatore
Laureato in Economia e Commercio, ha lavorato 22 anni come manager di un istituto di credito. Dal 2012 è un libero professionista, saggista, scrittore e giornalista pubblicista. Collabora con importanti testate.

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