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Il mito di Gigi Meroni e di George Best: il calcio che non è ordinario


Francesco Faiello,
Pubblicato nella sezione Altre notizie
Il mito di Gigi Meroni e di George Best: il calcio che non è ordinario

La vita scapigliata e l'immagine sui generis che ha creato due icone, ancora oggi venerate: Meroni e Best. Un ritratto a cura di Francesco Faiello.


Alcuni interpreti del Pallone fanno tendenza e diventano miti, specie se la loro esistenza svanisce da giovani. Spesso essi incarnano un’epoca: ne vestono gli abiti in maniera eccentrica, se la bevono a furia di uscite, gesti o aforismi. Succede soprattutto ai virtuosi per quello che esprimono dentro e fuori dal campo e che, per l’empatia che manifestano, attraggono e restano dei riferimenti anche per chi poco mastica di calcio.  Il resto lo fa il ricordo che lasciano e quei frangenti di storia, sotto forma di colori sbiaditi, verso cui capita di sporgersi sovente per trarre degli insegnamenti come se dipingessero la assoluta verità e null’altro sulla irriverenza con cui si gioca con la vita. Gigi Meroni e George Best sono pagine dello stesso capitolo di storia recente: il ‘68 e la sua invulnerabilità. 


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In effetti già ben prima del fatidico anno che avrebbe cambiato la compagine sociale, la rivoluzione era nell’aria. Sulla colonna sonora di Imagine si adagiavano le più grandi conquiste: nelle università, nella politica, nella cultura. L’assassinio di Malcolm X, l’arresto di Martin Luther King, la morte di Che Guevara, il Vietnam sono tutti avvenimenti che preannunciano il Maggio francese. Sul ritmo cadenzato da “ce/ n’est: qu’un debut/ contin/on le combat!” agguerriti studenti parigini imprimeranno un cambiamento epocale che dilagherà in tutti i circuiti del vivere in Europa e nel mondo.  Si respira un’atmosfera nuova, ritratta con la Pop Art, diversamente profumata di conquiste e di sberleffi al potere o al mondo che fu. Si comincia a sbuffare verso l’agio, la borghesia e verso il rispetto delle regole. Era la contestazione sotto ogni forma.


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In questo contesto, nel campionato di calcio italiano, Luigi Meroni - un umile ragazzo di Como - comincia a guadagnarsi popolarità a suon di giocate vincenti e gol. Milita nel Torino, ricopre il ruolo di ala destra e indossa la virtuosa maglia numero sette. Un artista del calcio, Meroni, che si diverte a correre col pallone attaccato ai piedi e, leggiadro, è abile a dribblare, crossare e fare assist. Si muove elegantemente in mezzo al campo coi calzettoni abbassati, per nulla timoroso dei calci dei difensori avversari o delle stoccate dei giornalisti che lo ritraggono. La sua leggerezza gli procura il soprannome di “farfalla”. Anche fuori dal campo Gigi non nasconde il suo estro: ama dipingere e compie scelte sui generis. Esprime tutta la sua stravaganza facendosi vedere in giro sulla sua vecchia Fiat Balilla, l’automobile che lo distingue dalla massa, disegnando i propri abiti oppure andandosene a spasso con una gallina. “Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?”

La sera del 15 Ottobre ‘67 Gigi Meroni non avendo le chiavi con sé, non può rientrare in casa. Insieme al compagno di squadra Poletti va al bar Zambon e telefona degli amici coi quali si trova la sua compagna. Ritornando alla macchina, percorrono la prima metà della carreggiata di Corso Re Umberto e aspettano il momento buono per completare l'attraversamento. Sopraggiunge una automobile, fanno un passo indietro e sono investiti da una Fiat 124 Coupé proveniente dalla direzione opposta: Poletti è colpito di striscio; Meroni, sbalzato in aria dall'impatto, cade a terra nell'altra corsia ed è travolto da una Lancia Appia che lo centra in pieno. Viene portato all'ospedale Mauriziano da un passante e lì vi muore poco dopo.  La Fiat 124 Coupé è guidata da Attilio Romero, un diciannovenne di buona famiglia e grande tifoso del Torino. Dopo l'incidente, il giovane si presenta spontaneamente alla Polizia che lo interroga fino a tarda notte e che poi lo rilascia. Romero, che come tanti amava Meroni, non avrebbe mai immaginato che il contrappasso gli serbasse lo strano destino di diventare trentasette anni più tardi (nel Giugno 2000) presidente della società granata, di quella squadra in cui aveva giocato l’idolo di quando era giovane.

Comunque a storia di Gigi Meroni è tutta particolare, anche per quello che è accaduto in Tribunale: per la prima volta, infatti, con una giurisprudenza innovativa in materia di responsabilità civile fu riconosciuto al Torino Calcio il diritto a richiedere un congruo risarcimento all’assicurazione di Romero. La creatività di Meroni, dunque, in ogni dove ed anche quando non è direttamente lui ad incidere.  La favola dei belli e maledetti comunque riavvolge il nastro e continua Oltre Manica, coesistendo qui il mito di un altro calciatore. Si tratta di George Best, un indomito nordirlandese al quale nemmeno piace troppo obbedire. Il suo talento viene mostrato e scoperto a quindici anni, quando viene mandato a Manchester dopo che un osservatore in un telegramma diretto all’allenatore asserisce “credo di averti trovato un genio”. Resta in forza al Manchester United per più di dieci anni, fino alla stagione 1973/74, raggiungendo l’apice del successo. 

Capace di svariare su tutto il fronte dell’attacco e di agire con uguale profitto come trequartista o seconda punta, George Best nei suoi anni migliori è stato definito da molti esperti e colleghi come il più forte in circolazione. La sua geniale creatività ed il tiro potente e preciso gli valsero il Pallone d’Oro nel 1968.  Il suo lento declino comincia quando George ha 28 anni, quando i suoi problemi di alcool e la scarsa voglia di allenarsi lo rendono oltremodo ingestibile. Comincia, allora, un peregrinare che dura dieci anni che lo porta a giocare ovunque - in Inghilterra, Irlanda, Irlanda del Nord, Australia, Stati Uniti, Hong Kong - per chiudere la sua lunga carriera a 38 anni.

Best, oltre che per i suoi lampi di genio, è ricordato per gli aforismi che descrivevano a pieno la spregiudicatezza con cui viveva la sua vita. Su tutte: “ho speso un sacco di soldi per alcol, donne e macchine veloci… tutti gli altri li ho sperperati”. O anche “nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita” La passione per le belle donne, poi, gli aumentò oltremodo la fama ed avere conquistato Miss Great Britain Carolyn Moor, la donna che poi sarebbe stata sua compagna, lo portò a mostrare tutta la spavalderia nel dire “qualche anno fa dissi che se mi avessero dato la possibilità di scegliere tra segnare un gol al Liverpool da ventisette metri, dopo aver saltato quattro uomini, e andare a letto con Miss Mondo, sarebbe stata una scelta difficile. Per fortuna, ho avuto entrambe le cose e soprattutto, una di queste cose l’ho ottenuta davanti a cinquantamila persone”.

George morirà nel 2005, molto dopo rispetto a Meroni, ma dopo essersi sottoposto a molteplici interventi e avere notevolmente peggiorato le proprie condizioni di salute a causa della dipendenza dall’alcool. A lui è stato dedicato l’aeroporto di Belfast e molteplici murales, frasi ed icone in giro per le strade di mezzo mondo a dimostrazione della grandissima empatia col popolo che ancora dura.

Due icone, dunque, quelle di Gigi Meroni e George Best di cui ancora oggi se ne ricordano i gesti. Due miti del calcio, vissuti tra geni e follie che hanno conosciuto il picco della fama per mezzo degli esempi (talvolta, sconsiderati) che hanno trasmesso. Perché tanta popolarità? Oltre che per il bel calcio, i tiri forti e il sapere dribblare con la semplicità tipica solo dei grandi, c’è tutto quello che è avvenuto fuori dal campo che fa riflettere. Ebbene pur celandosi dietro aforismi da saggi o uscite da guasconi, questi geni nascondevano la timidezza e l’infantilismo di chi ha sempre vissuto la povertà e s’è trovato improvvisamente davanti una inaspettata popolarità ed una montagna di soldi. Ovviamente tra i due c’è differenza: se quello di Gigi era solo un tenero modo di porsi, per George c’era un disagio vero acuitosi con acquisti sgangherati e con una vita da alcolista. Entrambi, però, sono accomunati da un senso effimero dell’esistenza, quasi come se avessero saputo di dover lasciare anzi tempo questo mondo. Il loro estro ed il risvolto artistico delle giocate ben si prestava a creare prodotti di fabbrica, uno specimen di gioco ben chiaro che andava anche oltre il campo e che si coniugava con la filosofia del carpe diem.

 

La loro vita scapigliata, degna dei migliori poeti decadenti del Pallone, è stata prologo ed appendice di un modo di stare nel Calcio in un planisfero sconvolto da nuovi fermenti. Dopo di loro solo pochi altri - quali Sivori, Maradona, Cantona, Cassano, Gascoigne - hanno proseguito la narrazione della disobbedienza e dato un seguito alla lezione di due inediti professori di vita loca e ribelle che ce l’aveva con chi voleva portarli al compromesso, costringendoli alla normalità. Best, da vera rockstar, si era guadagnato il soprannome de “il quinto Beatle”; a Meroni, in quanto italiano, non diedero un appellativo che lo accomunasse ai ragazzi di Liverpool ma sovente gli dicevano che, causa i capelli lunghi ed il baffo sottile, sembrava un musicista. Che musica sia, allora, per questo tipo di calcio disobbediente e screanzato, anarchico ed incompleto, dolce e irriverente che tanto ci manca in uno sport che segue tale e quale il mondo perché non osa più. Evviva l’imperfezione umana, il difetto tatticamente imprevisto ed il dispetto al potere che ci vuole sempre obbedienti e completi.


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