Francesco Maria Rubano e il retroscena sul Maradona di Siviglia: "Indossata da un Dio"
"Maradona mi ha insegnato che si può essere fragili senza smettere di essere grandi", ha sottolineato il noto Deputato.

Francesco Maria Rubano, sindaco di Puglianello e Deputato della Repubblica Italiana, con un post pubblicato sui propri social, ha raccontato un aneddoto che riguarda indirettamente Diego Armando Maradona. Queste le sue parole: "Ieri un mio amico, Stefano, è tornato dalle vacanze trascorse a Siviglia. In un angolo del centro, si è imbattuto per caso nel negozio ufficiale del Siviglia FC".
Ed ha aggiunto: "Ci è entrato quasi per gioco, attirato dai colori e dall’aria di calcio che si respirava anche fuori. E lì, tra decine di maglie, ne ha notato una su tutte: la numero 10. Non quella di un calciatore attuale. Non quella del momento. Ma quella di un uomo che ha fatto del pallone un atto di fede. Diego Armando Maradona. Allora Stefano, incuriosito, ha chiesto al commesso: “Perché ancora oggi, dopo trent’anni, vendete così tante maglie di Maradona?” La risposta è arrivata immediata, laconica, come quella di chi non ha bisogno di spiegare: “Perché è stata indossata da un Dio”.
"Quel Dio è Diego Armando Maradona. Chi lo ha visto giocare sa che Diego non era solo calcio. Era arte, ribellione, poesia. Un tango su prato verde. Nel 1991 tornó in Argentina, spaesato, nervoso, rotto dentro. Aveva lasciato Napoli nella notte, inseguito dai fantasmi della gloria e da quelli più scuri, personali. Aveva detto basta. Ma poi Carlos Bilardo - si legge - il CT dell’Argentina campione del mondo nell’86, lo convinse a provarci ancora. E Diego tornò. Arrivò a Siviglia nel 1992 con le ali spezzate. Fragile, stanco, ma vivo. Non era più il ragazzo invincibile, ma l’uomo che conosceva le crepe della vita".
"Giocò nel Siviglia per una sola stagione. Ma bastò perché la città non si dimenticasse di lui. Diego era genio e tempesta. Un uomo che inciampava nei suoi abissi e risaliva come un Dio greco stanco, con la palla incollata al piede. Ha fatto sognare popoli interi. Ha dato voce a chi non ne aveva e sogni a chi non poteva permetterseli. E ancora oggi, anche solo una maglia, in una vetrina lontana, lo evoca. Diego ci insegna che si può essere fragili e immensi allo stesso tempo. Che si può cadere mille volte e restare comunque indimenticabili. Che ciò che è grande, autentico attraversa il tempo, supera il giudizio, resta dentro. Io, come tutti quelli che lo hanno nel cuore, non lo dimentico. Perché alcune storie non finiscono. Continuano, nei racconti. Nelle maglie appese nei negozi del mondo, dove, trent’anni dopo, la maglia più venduta è ancora la sua. Nei silenzi delle domeniche senza calcio. Per me, Maradona è qualcosa che va oltre il calcio. È il ricordo di parenti ed amici che si commuovevano davanti a un suo gol. È l’infanzia, la voce rauca delle radiocronache, la prima volta che ho capito che un uomo, anche se pieno di contraddizioni, può farsi amare per sempre. Maradona mi ha insegnato che si può essere fragili senza smettere di essere grandi. Che la bellezza non è mai perfetta. E che certe emozioni non si spiegano: si portano dentro, in silenzio, per tutta la vita. Grazie, Diego. Ovunque sei, continua a giocare", ha concluso.
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