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FOTO - Forgione: "Vesuvio, l'evoluzione della forma dalla preistoria ad oggi". Immagini spettacolari

Angelo Forgione, scrittore napoletano, ha ripercorso la storia della "montagna" più famosa al mondo.


RedazioneRedazioneTestata giornalistica

25/05/2020 18:07 - Altre notizie
FOTO - Forgione: Vesuvio, l'evoluzione della forma dalla preistoria ad oggi. Immagini spettacolari
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Angelo Forgione, giornalista e scrittore, attraverso i suoi canali social ha raccontato, con immagini spettacolari, l'evoluzione della forma del Vesuvio nei millenni. Ecco quanto si legge: "Napoli è città indissolubilmente legata al mito del Vesuvio, il vulcano più famoso al mondo, l'incombente e minaccioso monte descritto da Greci e Latini. Livio, Virgilio, Vitruvio, Strabone ed altri, scrissero di Vesbius, Vesvius, Vesuvius, nomi con la radice pre-indoeuropea ves, cioè montagna, e come tale lo definivano. Per loro, infatti, non era un vulcano, e non era quindi un pericolo, considerazione che spiega perché le popolazioni delle antiche città romane furono sorprese inaspettatamente dalla terribile eruzione del 79 dopo Cristo. In tutti i film e documentari che raccontano quel giorno infernale il Vesuvio viene erroneamente presentato come un gigantesco vulcano che sovrasta Pompei e la Piana campana. Si tratta di un errore, di un falso storico da sfatare, poiché a quell'epoca il vulcano era addirittura più basso rispetto a oggi, e non mostrava alcun cono o cratere ma aveva una vetta pressoché piatta".

Poi Forgione scrive: "Tanto i Greci quanto i Romani costruirono nuove città non lontano da quello che a loro sembrava un'innocua e fertilissima montagna. Il Vesuvio così come lo conosciamo noi, sinuoso e peculiare nel suo aspetto, ha iniziato a conformarsi proprio con la famossisima eruzione che seppellì #Pompei, #Ercolano, #Oplonti e #Stabia, quando il vulcano era quiescente da secoli e in una fase di depressione. Da lì iniziò a crescere, per poi tornare quiescente alla fine del tredicesimo secolo e a decrescere nuovamente, e ancora riprendere attività vulcanica e quota dal Seicento barocco fino ad arrivare al Vesuvio che vediamo oggi. In epoca preistorica, il vulcano era ben più alto degli attuali 1.281 metri di altezza. Si formò con un'attività vulcanica iniziata 37.000 anni fa e durata fino a 19.000 anni or sono. Con un'eruzione avvenuta 18.300 anni fa cominciò il collasso dell'apparato vulcanico e la formazione della caldera, ovvero la parte bassa del vulcano preistorico, una sorta di recinto all'interno del quale, a partire dall'eruzione del 79 d.C., è fuoriuscita dalle viscere una nuova bocca. Quello che conosciamo come monte Somma, di fianco alla bocca vulcanica, è in realtà ciò che rimane del fianco settentrionale del recinto, ovvero l'unica parte ancora visibile dell'antichissimo Vesuvio preistorico. L'eruzione del 1944 è stata l'ultima in ordine di tempo ed ha segnato il passaggio del vulcano ad uno stato di attività quiescente a condotto che ostruisce il magma presente a una profondità di circa otto chilometri ed esteso per circa quattrocento chilometri quadrati. Che il vulcano fosse più basso e non temuto dalle antiche popolazioni vesuviane lo testimoniano le tante scritture di epoca classica. Plinio il Vecchio, nella sua 'Historia Naturalis', nel fare l'elenco dei vulcani di quel tempo non cita il Vesuvio. Nessuna traccia di attività si riscontra negli scritti degli autori del I secolo a.C., a parte Lucrezio Caro, che fa riferimento a un'attività idrotermale "dove fumano sorgenti di acque calde". Diodoro Siculo sapeva della natura vulcanica del monte: "Si racconta che questa pianura si chiamasse Flegrea per un un monte che in passato eruttava un terribile fuoco come l'Etna in Sicilia. Quel monte ora si chiama Vesuvio e conserva molte tracce del fatto che nell'antichità era infiammato. Anche Marco Vitruvio Pollione intuì la natura vulcanica del Vesuvio e pure dei Campi Flegrei in base alle proprietà termali: "Vi è del fuoco sotterraneo in queste località e questo può essere indicato dal fatto che nei monti di Cuma e di Baia sono state scavate caverne per sudare nelle quali i vapori caldi che nascono dal fuoco profondo perforano con veemenza la terra. Non di meno si pensa che nei tempi antichi fuochi ardessero e abbondassero sotto il monte Vesuvio, e che questi vomitasse fiamme sui campi circostanti". Strabone nel 18 d.C., ‬ossia 61 anni prima dell'eruzione che cancellò le città romane all'ombra del vulcano, descrisse il "mons Vesuvius" nel suo 'Rerum Geographicarum'. Non aveva mai sentito narrare di eruzioni avvenute nel corso della storia precedente, ma notò l'aspetto delle rocce che sembravano bruciate dal fuoco e intuì che fossero di origine vulcanica, attribuendo ad essa il motivo della mirabile fertilità delle pendici ma ritenendo il monte un ex vulcano ormai spento. È proprio il suo scritto a dirci che il Vesuvio era più basso rispetto ad oggi e piatto in cima: "Sovrasta a questi luoghi il monte Vesuvio, cinto tutto intorno da campi magnificamente coltivati ad eccezione della vetta, in gran parte piana, del tutto sterile e dall'aspetto cinereo, e presenta cavità cavernose di pietre fuligginose nel colore come se divorate dal fuoco, cosa che attesta che il monte in un primo tempo ardeva e aveva un cratere infuocato che poi si è spento quando il materiale igneo si è esaurito. Forse è proprio questa la causa della fertilità dei terreni circostanti, come a Catania la cenere decomposta dell'Etna". Poi l'eruzione improvvisa che segnò il risveglio del vulcano e un'epigramma di Marco Valerio Marziale di qualche anno dopo in cui scrisse che Bacco aveva amato il Vesuvio, prima verdeggiante di vigneti ombrosi, più dei nativi colli di Nisa, prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli".


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