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Forgione: "La superca**la di Emanuele Filiberto su Napoli alla presenza di Carlo di Borbone"

Angelo Forgione ha risposto per le rime al Principe Emanuele Filiberto di Savoia, che ha definito Napoli sabauda.


Luca CirilloLuca CirilloGiornalista

21/09/2024 00:06 - Altre notizie
Forgione: La superca**la di Emanuele Filiberto su Napoli alla presenza di Carlo di Borbone

"La superca**ola di Emanuele Filiberto", questo il titolo di un lungo post di Angelo Forgione, giornalista e scrittore, in risposta a quanto dichiarato dal Principe. Queste le sue parole: "Emanuele Filiberto di Savoia, a Napoli per san Gennaro, ha sostenuto che Napoli è città sabauda, per giunta alla presenza di Carlo di Borbone. Ci vuole coraggio a dire un'eresia simile al cospetto di Faccia gialla, ancora rifugiandosi nel referendum del 1946, quando la città e tutto il Sud si espressero a larga maggioranza per la monarchia. E ancor mi tocca raccontare il perché di quel voto. Primo motivo: nella povertà acuita dalla precoce liberazione del Sud e nella totale incertezza sulle sorti del Paese, la continuità dell'istituzione monarchica sembrò per tantissimi una soluzione più opportuna e rassicurante, anche perché il Meridione era rimasto fuori dalla guerra di liberazione combattuta nelle regioni del Centro-Nord. Napoli era peraltro la città natale di Vittorio Emanuele III e quella in cui, da principi ereditari, avevano vissuto per anni l'ottimo Umberto II e la sua Maria José; città le cui drammatiche condizioni sociali, originate dalle distruzioni dei bombardamenti, e la lotta per la sopravvivenza del popolo, costretto a badare a se stesso dopo le "Quattro giornate" dell'autunno '43, non metteva di certo i napoletani in condizione di interessarsi profondamente alla politica. A pochi interessava la storia del Regno d'Italia per niente scintillante in un momento di grandi stenti in cui non esistevano storiografia e pubblicistica diverse da quelle "ufficiali" che raccontavano i buoni Savoia e i cattivi Borbone".

"Secondo motivo: le manipolazioni politiche del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita. Il Mezzogiorno si disse monarchico, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia.


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Finita la guerra, le prime urne alle quali furono chiamati gli italiani furono quelle per le elezioni amministrative, non per quel referendum. Amministrative che si tennero in un clima politico espresse dal socialista Pietro Nenni: «O la repubblica o il caos». Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia. E allora il ministro Romita fu diabolico nel distribuire le prime consultazioni amministrative in due momenti: il Nord in primavera, prima del Referendum, e il Sud in autunno, dopo il referendum. Furono mandate prima al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale.

In questo modo mise in atto una sua personale strategia, da lui stesso spiegata in seguito: mettere in minoranza il Sud, storicamente legato alla forma monarchica, facendo votare immediatamente il Nord filo-repubblicano alle amministrative in modo che il referendum si sarebbe svolto con i primi risultati, prevedibilmente pro-repubblica, delle elezioni amministrative nel Settentrione. Ciò spostò molti voti meridionali verso la monarchia, per pura reazione alle manovre del Ministero.

"Fu questo – scrisse di suo pugno Romita nella pubblicazione 'Dalla monarchia alla repubblica' del 1959 – il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. […]. Nell’orientarmi, quindi, per la scelta dei comuni dove si doveva votare nella prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte, che ad ogni ministro deve essere consentita". Questo fu! E checché ne dica Emanuele Filiberto, Napoli è sabauda quanto è borbonica Torino. Cioè, non lo è!".


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Luca CirilloLuca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.

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