Zaccone: "Ancelotti accettando Napoli sapeva contro chi si metteva. Il suo annuncio fa rumore"

Il duro attacco del giornalista: "L'intento è quello di ferire, ma incapaci di farlo con arguzia, ironia, stile, sono costretti a ricorrere al becero, vile insulto".
Maurizio Zaccone, giornalista molto apprezzato, ha fatto il punto in casa Napoli dopo il pareggio contro il Chievo. Ecco quanto si legge sulla pagina facebook del noto collega: "Ancelotti accettando il Napoli ha accettato più di una sfida; non solo quella calcistica. Sapeva in che città veniva ad allenare, sapeva il potenziale della squadra e il calore della piazza. Ma sapeva, soprattutto, contro chi si andava a mettere. Contro tutti. L’ha scelto, consapevolmente. Non si è tirato indietro e ha messo subito mano alla storia dei cori razzisti, annunciando che a Bergamo chiederà di far sospendere la partita in caso di cori insultanti. Non ci sarebbe nulla di strano, visto che è previsto dal regolamento. Ma è strano perché solo una volta la partita è stata sospesa per cori contro i napoletani; fu grazie all’arbitro Gavillucci durante Sampdoria-Napoli. Fu l’ultima partita in serie A per il fischietto di Latina, dismesso a fine stagione per “motivate ragioni tecniche”. Si vede che era proprio scarso.
I bravi, invece, i cori non li sentono. Non li ha sentiti Fabbri ieri, durante Udinese-Roma; cori partiti dopo pochi minuti dall’inizio della gara ed intonati all’unisono da entrambe le tifoserie. Uniti nell’idiozia. Non li ha sentiti La Penna sempre ieri durante Juventus-Spal. Non li sentì nemmeno Allegri un paio di mesi fa dopo Juventus-Napoli. Diciamo che a questo punto Gavillucci avrebbe dovuto essere premiato quantomeno per l’udito. I “temi” sono sempre gli stessi. Il Vesuvio sollecitato a fare il suo dovere e i napoletani invitati a usare il sapone.
A queste persone nemmeno puoi rispondere con la storia, l’informazione, perché urlano senza nemmeno sapere cosa dicono. Quello che colpisce, almeno secondo me, non è tanto la violenza dell’insulto. Non che li minimizzi come “coretti da stadio”, come ministri della Repubblica hanno fatto, ma li catalogo come l’espressione palese di mancanza di creatività.
L’intento è quello di ferire, ma incapaci di farlo con arguzia, ironia, stile, sono costretti a ricorrere al becero, vile insulto. Agganciandosi a luoghi comuni e stereotipi noiosi. No, quello che colpisce è il fatto che avvengano a 800 e più chilometri di distanza, quando il Napoli non è nemmeno in campo. E avviene, sistematicamente, in tutti gli stadi d’Italia. E non è l’avversione per una squadra vincente, visto che il nostro scarno palmares ci viene ricordato ogni momento. E’ l’avversione per un popolo.
Ieri un giornalista brasiliano, Leonardo Bertozzi, ha twittato: “Ancora una volta "Vesuvio, lavare con fuoco" in uno stadio italiano. Per quanto tempo hanno intenzione di ignorare manifestazioni discriminatorie e lasciare giocare le partite con questa vergogna?” Per molto tempo, caro Leonardo. Perché li chiamano “cori da stadio” e non gli danno peso.
E non danno peso nemmeno quando un consigliere comunale di Milano, oggi ministro dell’interno, accoglieva i tifosi del Napoli a San Siro con i sacchetti della spazzatura in mano. O a quando alcuni supporter bergamaschi ci hanno portato la loro lezione di storia, noi che ne abbiamo bisogno, inneggiando a Cesare Lombroso. Seguiti dal tweet di Gianluca Pini, Deputato Leghista, Parlamentare della Repubblica Italiana, che recitava: “Che soddisfazione vedere gli amici bergamaschi vincere all’estero”.
O ancora quando un giornalista di Mediaset, tal Bargiggia, definiva i napoletani: “popolo bue, che merita la sottomissione,…siete dei Signor Nessuno, mai primi in niente” “gente disperata che si attacca a una squadra per sentirsi viva. Perché senza identità, ruolo sociale” e tutto questo in una città infestata dai pidocchi! No, non se ne accorse nessuno. Per allontanare Bargiggia dagli schermi ci volle il tweet razzista sulla finale dei mondiali tra Francia e Croazia. Fino ad allora si vede che non lo monitoravano.
La questione identitaria è stata sollevata anche dal noto pensatore filosofo Giampiero Mughini «Napoli non ha altre identità oltre quella calcistica» dimenticando qualche secolo di storia. Ma guai ad offendersi. Si diventa subito piagnoni; Come Libero, quotidiano del quale non riusciamo a liberarci, ci ricorda spesso, con titoli del tono: «Piagnisteo napoletano». “Napoli piagne, ma è stata fottuta” e via dicendo.
Ma dobbiamo sentirci tutti italiani, eh. Perché se poi ci capita di esultare a una sconfitta della Juventus, diventiamo “miserabili”, come ci apostrofò Buffon. E poi il buon Mughini giustamente dichiara «I napoletani che non si sentono italiani li disprezzo»! Ecco, caro giornalista brasiliano Leonardo Bertozzi, come funziona in Italia. Noi dobbiamo sentirci italiani, loro invece possono urlare “noi non siamo napoletani”. Sembra strano, ma è così. Non si sforzi di capire, a chi ci prova non va mai bene. Vuole diventarmi piagnone pure lei? Il vero problema di Napoli è l’Italia. (Raffaele La Capria)".







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