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Dall'Emilia al West, tutti i segreti del successo di Carlo Ancelotti. Retroscena Crespo e Beckam


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Pubblicato nella sezione Rassegna stampa
Dall'Emilia al West, tutti i segreti del successo di Carlo Ancelotti. Retroscena Crespo e Beckam

Alla base del pensiero di Carletto c'č una sola cosa: la famiglia. Che in Emilia ha un senso piuttosto ampio: non soltanto papā, mamma, fratelli e sorelle.


In un bellissimo articolo pubblicato su Gazzetta.it, il giornalista Andrea Schianchi racconta alcuni retroscena della carriera di Carlo Ancelotti, allenatore del Napoli. Ecco alcuni brani: "La carta d’identità dice che è nato a Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia, il 10 giugno 1959. Ma questa è soltanto una verità burocratica. In realtà Carlo Ancelotti è figlio del paese di Ponteratto, luogo immaginario uscito dalla fantasia di Giovannino Guareschi che lì, nella bassa emiliana, vicino al grande fiume, fece vivere quelle figure ormai mitiche che sono Peppone e Don Camillo. Sì, perché Carletto non appartiene a una sola provincia, a una sola città o a un solo paese: viene da un lembo di terra che corre lungo la via Emilia, d’inverno un freddo cane e la nebbia che ti penetra nelle ossa, e d’estate un caldo che soffoca e quasi non respiri. In quello spazio, più spirituale che geografico, inondato dai profumi della buona cucina, il ruggito dei motori riempie le piazze, dove improbabili Teddy Boys giocano a fare gli americani a cavallo delle loro due ruote, e la musica maestosa di Giuseppe Verdi, chilometro dopo chilometro, svapora per lasciare posto alle ballate rock di Ligabue. C’è tutto questo nel cuore di questa terra, il bianco e il nero, il comunista e il democristiano, l’antico e il moderno, il Diavolo e l’Acquasanta. E Ancelotti di questa cultura è non soltanto figlio, ma "portatore sano". Le squadre che ha allenato, siano esse il Parma o la Juventus, il Milan o il Chelsea, il Real Madrid o il Paris Saint Germain, il Bayern Monaco o il Napoli, sono tutte squadre «emiliane», nel senso che, al loro interno, lui ha saputo portare quei tratti di simpatia e d’ironia, e quei valori di tenacia e di solidarietà, che da sempre caratterizzano la terra nella quale è nato.


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A una tavolata con gli amici Carletto non sa, e non vuole, rinunciare. Non per golosità, anche se l’appetito non gli manca di certo, ma perché da queste parti è attorno alla tavola che si discutono i problemi, che si superano i guai. Gliel’hanno insegnato papà Giuseppe e mamma Cecilia. E allora, quando un giocatore non sta attraversando un buon momento, lui non pensa mica di tenerlo sul campo per ore e ore a spiegargli esercizi che nemmeno capirebbe. Macché, lo prende, lo fa salire in macchina e lo porta al ristorante, come gli capitò nell’autunno del 1996 con il giovane Hernan Crespo, appena sbarcato a Parma, spaesato e criticato dai suoi stessi tifosi. Gli bastarono poche parole per infondere fiducia al ragazzo: "Sta’ tranquillo: finché ti fischiano, io ti faccio giocare". In alto i bicchieri di lambrusco, e così nacque un campione. Più di dieci anni più tardi, Carletto era già al Milan, un famoso ristorante di Parma fu il teatro di una speciale lezione di calcio. Ancelotti invitò a cena David Beckham, gli fece scoprire il carrello dei bolliti e gli anolini e, infine, gli spiegò che cosa voleva da lui: "La mia teoria è semplice: palla lunga non è mai corta e palla alta viene sempre giù. Quando hai imparato queste regole, puoi andare in campo". Beckham capì poco, rise molto e si mise a disposizione.


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IL SENSO DELLA FAMIGLIA E... AL PACINO — Alla base del pensiero di Carletto c’è una sola cosa: la famiglia. Che in Emilia ha un senso piuttosto ampio: non soltanto papà, mamma, fratelli e sorelle, ma anche parenti vicini e lontani, cugini, cugine, amici, tanti amici. Ecco, ovunque sia stato, Ancelotti ha sempre cercato di creare uno spirito familiare: nelle sue squadre prima ci si diverte e poi si lavora. Meglio: si lavora divertendosi. Nello spogliatoio dell’Old Trafford di Manchester, nel maggio 2003, prima della finale di Champions League contro la Juventus, vedendo che i suoi erano piuttosto nervosi, anziché ripetere le solite raccomandazioni tattiche, anziché dire tu marchi questo e tu marchi quello, decise che doveva spegnere la tensione e così raccontò una barzelletta. Pochi giorni prima, "per caricarli come le molle" ripete spesso, li aveva radunati nel salone dell’albergo che li ospitava e li aveva costretti a vedere dall’inizio alla fine "Ogni maledetta domenica", dove un formidabile Al Pacino interpreta un allenatore di football americano. E da Manchester Ancelotti-Al Pacino tornò con la coppa: la sua prima Coppa dei Campioni, lui la chiama ancora così. In nome della famiglia ha pure rischiato il posto. A Madrid, ad esempio. Lo criticavano perché aveva il figlio Davide nello staff tecnico, il preparatore atletico era un suo caro amico, il figlio di quest’ultimo faceva parte del gruppo, e c’erano pure l’allenatore dei portieri e il marito di sua figlia Katia. Gli spagnoli dicevano che era una gestione patriarcale: il “Clan Ancelotti”, malignavano. Ma quando lui consegnò ai Blancos la Decima tutti si zittirono. Parlando con un amico si lasciò andare e gli confidò: "Non immagini che gioia vincere la coppa assieme a Davide. Un padre e un figlio in cima all’Europa. Meraviglioso!".

È RICCO E NON SI VEDE A GUIDARLO È LA PASSIONE — Sanguigno senza esagerare, bonario nei rapporti, tenace sul lavoro: Ancelotti, con questo stile, è diventato un allenatore di successo. Ma questo successo non l’ha mai fatto pesare nelle relazioni. È diventato ricco, ricchissimo, ma la ricchezza non la esibisce: vive sempre un gradino al di sotto delle sue possibilità, e ciò gli dà l’opportunità di entrare in contatto con chiunque, il semplice tifoso, il pizzaiolo, il barista, il cuoco del ristorante. La bella vita, per lui, è una tavola apparecchiata e un cerchio di amici con i quali condividere l’ultima barzelletta. E poi, quando l’ora si fa tarda, ecco le carte e l’immancabile partita a tressette. Quante ne ha già giocate con il presidente De Laurentiis, anche se a Napoli ci è arrivato da poco! Ed è proprio questa sua semplicità, questo vivere l’ambiente in cui lavora con tanta passione, a renderlo unico nel panorama degli allenatori. Se da Sacchi ha appreso la lezione del pressing, dell’intensità, dell’organizzazione di squadra, da Nils Liedholm, che è stato il suo vero padre calcistico, ha attinto quello stile disincantato cui lui, con intelligenza, ha aggiunto i tratti del tipico carattere emiliano. Un po’ Don Camillo e un po’ Peppone, appunto".


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