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Ciriello: "Commisso, il paisą tornato in Italia. Joe Pellecchia, la pizzeria nel Bronx e il tradimento"


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Pubblicato nella sezione Rassegna stampa
Ciriello: Commisso, il paisą tornato in Italia. Joe Pellecchia, la pizzeria nel Bronx e il tradimento

Il noto giornalista e scrittore ha raccontato sul quotidiano "Il Mattino" l'intensa storia di Rocco Commisso, volto nuovo del calcio italiano.


Sulle pagine del quotidiano "Il Mattino", il giornalista e scrittore Marco Ciriello (autore di libri molto apprezzati dalla critica come "Il catenaccio mi sta antipatico" e "Un giorno di questi", candidato al Premio Strega), ha tratteggiato con mirabile precisione ed elegante narrativa l'approdo di Rocco Commisso, patron della Fiorentina, nel calcio italiano. Ecco quanto si legge: "La prima dichiarazione di Rocco Commisso, dopo l’ufficialità che la Fiorentina fosse divenuta una sua squadra, fu che era venuto in Italia per imparare, anche perché alle spalle aveva avuto la delusione dei New York Cosmos, diviso tra le oscillazioni delle leghe di calcio americane: la NASL e la MLS, e la nostalgia del pallone di cui leggeva dal barbiere italiano, tra cui la Fiorentina di Fulvio Bernardini che arrivò in finale di Coppa dei Campioni nel 1957. Non che Commisso fosse uno sprovveduto, ma era venuto in Italia contento, Peter Pan che torna a casa e ritrova quello che sognava da bambino, lui che sembra uscito da un film di Martin Scorsese: un po’ Joe Pesci e un po’ Joe Pellecchia, l’italo americano di “Totò a colori”, tra l’altro – su quelle pagine dei giornali italiani che leggeva, oltre la Fiorentina, c’era sempre la Juve: Boniperti e Charles ieri, Ronaldo oggi –  e il ragazzino Rocco – uno che si alzava alle 5.30 del mattino e prima di andare al liceo, e poi al ritorno da scuola, aiutava il fratello nella pizzeria del Bronx, “Pizza Time” – ne era molto contento perché tifava Juventus “fin da quando giocavo a calcio da piccolo nelle spiagge sabbiose della Calabria”.


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IL TRADIMENTO - "E, come accadde a Marco Travaglio – juventino, che riusciva a vedere tutte le malefatte di Craxi, ma solo dopo Calciopoli, vide quelle di Luciano Moggi – Commisso diventa adulto, esce dal Palazzo siddharthiano e scopre la miseria dei calci di rigore dubbi che con la Juventus in campo diventano semper certi. “Sono disgustato, partita decisa dall’arbitro”, il suo attacco è da bambino tradito, nonostante Nedved l’abbia subito ridicolizzato mandandolo a prender un tè come un Caressa. C’era un grido di onestà che partiva dalla cameretta di un bimbo del passato e arrivava a quelle di chi oggi rigioca le partite alla playstation senza la sudditanza psicologica. Il povero Commisso è uno che come Bill Gates da un garage ha tirato fuori un impero – di tivù via cavo – ma siccome è cresciuto in America sa che si può bordeggiare il rischio, persino l’illecito, ma prima o poi c’è un arbitro, uno dell’Fbi o anche solo un poliziotto semplice che ti acchiappa e punisce. Invece qua, nella sua vecchia cara Italia che non aveva fatto in tempo a conoscere – e niente è meglio dei campi di calcio e delle tivù che parlano di calcio per farsi un corso accelerato di italianità – all’improvviso, in una domenica di gennaio, zac, due rigori, nemmeno di quelli clamorosi che la Juve si vede fischiare a favore di solito, fanno di lui un italiano medio, che sa tutto del suo paese, e lo sa nel disgusto, nella trasversalità dei contrasti da vecchio bar di Stefano Benni: adesso può smadonnare e prendersi una grappa, è diventato adulto, sa tutto o quasi, del paese che ama. Il grande Rocco, col suo italiano da Perry Como, con Roberto Baggio nel cuore e una borsa di studio alla Columbia University guadagnata giocando a calcio – stando lì nel mezzo, come un Oriali direbbe Ligabue, che somiglia a Furino, aggiungeremmo noi, a vederlo adesso – voleva portare parte del sogno americano realizzato, smezzarlo con i suoi paesani, tra sorrisi, “ok?” e “you know”, “great” and “self made man”, e vivere anche in Italia la conquista a colpi di lavoro duro, studio, ostinazione e scommesse, per poi farlo diventare un film con Tom Hanks. E, invece, proprio come accadeva a Joe Pellecchia con Totò, la Juventus – che fa solo la Juventus, cioè vince ed è sempre favorita nel dubbio, come se fosse il numero vincente da scegliere, il nome da estrarre, il cavallo sul quale puntare – ha rovinato tutto, svelandosi all’italo-americano, che ora sa che anche se fatichi tanto e giochi bene, ci sarà sempre un arbitro a rovinarti il sogno, ma non lo fa per voler suo, ma per far un piacere a Dio – sì, vale anche come indulgenza plenaria – perché niente come il campionato italiano è simile alla via crucis e quindi completa la formazione dello straniero, lo rende, appieno, un moscerino in lotta".  


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