Logo AreaNapoli.it

La vittoria della Spagna è la vittoria di un'idea. Il calcio italiano dovrebbe prenderne nota


,
Pubblicato nella sezione Nazionale
La vittoria della Spagna è la vittoria di un'idea. Il calcio italiano dovrebbe prenderne nota
© foto di Image Photo Agency

La Spagna ha meritatamente trionfato ai Mondiali, il progetto iberico unisce federazione, settore giovanile, metodologia d'allenamento e identità tattica.


Cala il sipario sui Mondiali di calcio, probabilmente nell’edizione in cui l’evento sportivo è divenuto satellite di eventi di spettacolo e marketing. Ma anche, fortunatamente, una edizione che dimostra come ci siano trionfi che nascono da un episodio, ma che poi ci sono quelli che rappresentano il punto di arrivo di un percorso culturale. La Spagna campione del mondo appartiene senza alcun dubbio a questa seconda categoria. Il successo contro un'Argentina sorprendentemente opaca è insieme conquista di un trofeo e certificazione definitiva della superiorità di un modello calcistico costruito con pazienza, coerenza e continuità. Un progetto che attraversa federazione, settore giovanile, metodologia d'allenamento e identità tattica, fino a tradursi nella naturale espressione della Nazionale maggiore.


PUBBLICITÀ

Il progetto vincente della Spagna

Luis De La Fuente non ha inventato il calcio spagnolo, ha fatto qualcosa di molto più difficile, lo ha evoluto, dopo aver raccolto l'eredità della generazione del tiki-taka, eliminandone gli eccessi di sterile conservazione del possesso e trasformandola in un calcio infinitamente più verticale, dinamico e aggressivo. Un calcio che mantiene il pallone non per difesa, ma per attaccare; che occupa gli spazi con logica prima ancora che con il talento; che domina le partite attraverso il controllo territoriale e la superiorità posizionale. È qui che risiede la vera forza della Spagna, non nella qualità dei singoli, pur elevatissima, ma nella qualità collettiva.


PUBBLICITÀ

IL POSSESSO COME STRUMENTO, NON COME FINE

Guardando la Spagna emerge immediatamente un concetto fondamentale: ogni giocatore conosce perfettamente il proprio ruolo all'interno del sistema. Le distanze tra i reparti rimangono costantemente corte, le linee di passaggio vengono create prima ancora di ricevere il pallone, le rotazioni posizionali sono continue ma mai casuali. Ogni movimento genera un vantaggio per il compagno successivo, in un modello di calcio costruito attraverso principi, e non attraverso rigidi schemi. Il terzino entra dentro il campo quando il mediano si abbassa, l'esterno rimane largo per fissare l'avversario, la mezzala attacca il mezzo spazio, il centravanti alterna profondità e gioco di sponda. Sono meccanismi che sembrano spontanei soltanto perché vengono allenati quotidianamente, ma l'impressione è quella di osservare undici calciatori che parlano la stessa lingua calcistica, ed è probabilmente proprio questa la differenza più evidente rispetto a molte altre nazionali.

LA SUPERIORITÀ POSIZIONALE COME FORMA D'ARTE

La Spagna continua ad essere il laboratorio tattico più avanzato del calcio mondiale. La ricerca sistematica dell'uomo libero non è più affidata esclusivamente al palleggio, è il risultato dell'occupazione razionale degli spazi.

Ogni costruzione dal basso ha un obiettivo preciso che è quello di creare una superiorità numerica da trasformare successivamente in superiorità posizionale e infine convertirla in superiorità qualitativa. È un processo, non un gesto tecnico. Quando il pressing avversario sale, la Spagna non forza la giocata, ma invita la pressione, la manipola, la attira da una parte del campo per liberarne un'altra, in una idea di calcio cognitivo prima ancora che tecnico.

UN PRESSING CHE NASCE DALL'ORGANIZZAZIONE

Anche senza possesso la squadra di De La Fuente offre una lezione straordinaria. Il gegenpressing è sincronizzato, le uscite sono coordinate, la linea difensiva accorcia con tempi perfetti. Le coperture preventive impediscono quasi sempre le transizioni avversarie, ogni perdita del pallone viene immediatamente trasformata in un'opportunità per recuperarlo entro pochi secondi. Non esiste separazione tra fase offensiva e fase difensiva, esiste una sola fase, il controllo.

ESTETICA E REDDITIVITÀ POSSONO CONVIVERE

Per anni si è raccontato che il calcio bello fosse inevitabilmente meno efficace, fino a quando la Spagna ha dimostrato esattamente il contrario. Ha dominato territorialmente, ha creato occasioni, limitato i tiri concessi, controllato il ritmo delle partite. Ha saputo rallentare quando necessario e accelerare nel momento esatto. L'estetica non è mai stata fine a sé stessa diventando una conseguenza naturale dell'organizzazione. Quando una squadra occupa bene il campo, le linee di passaggio appaiono pulite. Quando i tempi sono corretti, il pallone viaggia velocemente. Quando ogni giocatore interpreta principi condivisi, anche il gesto tecnico sembra più semplice. La bellezza nasce dalla competenza.

E L'ITALIA?

Una lezione che parla direttamente anche a noi. La Spagna vince perché ha creduto e continua a credere in una filiera, in un’identità continentale che non tramonta e che continua a foraggiare i propri vivai. Un dato su tutti risulta emblematico: nella Liga appena il 33% dei calciatori in campo sono stranieri, mentre in Italia viaggiamo intorno al 66%. Non è un caso se loro alzano la Coppa del Mondo e noi da tre edizioni il Mondiale lo guardiamo dal divano. La domanda quindi diventa inevitabile. Mentre la Spagna continua a produrre allenatori, idee e calciatori perfettamente integrati nello stesso modello, il calcio italiano sembra aver smarrito la propria identità, in quella che è una crisi non iniziata oggi, che rappresenta il risultato di un lento impoverimento culturale che dura ormai da molti anni.

L'eliminazione da tre Mondiali consecutivi, il progressivo calo competitivo dei vivai, la difficoltà nel valorizzare il talento nazionale e la crescente dipendenza da iniziative individuali rappresentano soltanto i sintomi di un problema molto più profondo. Il calcio italiano continua troppo spesso a rincorrere le tendenze anziché anticiparle. Cambia modulo, cambia commissario tecnico, cambia interpreti, ma raramente cambia il metodo. Ed è proprio il metodo a fare la differenza e la storia ci insegna che la Spagna non costruisce la Nazionale ogni due anni, la costruisce da vent'anni. Ogni selezione giovanile utilizza principi riconoscibili, ogni tecnico federale parla un linguaggio comune, ogni calciatore cresce sapendo quale tipo di calcio dovrà interpretare. In Italia, invece, la sensazione è quella di una continua ripartenza. Ogni nuovo ciclo sembra cancellare quello precedente, ogni allenatore introduce idee differenti, ogni categoria segue percorsi spesso scollegati. Senza continuità metodologica diventa impossibile costruire un'identità.

LA VERA LEZIONE DI DE LA FUENTE

Per capire il Mondiale vinto dalla Spagna bisogna tornare indietro di qualche anno, quando De la Fuente non era ancora il ct della Roja ma il responsabile di una delle operazioni più interessanti del calcio europeo: accompagnare un’intera generazione attraverso tutte le categorie della Nazionale. La Spagna campione del mondo è una squadra costruita nel tempo, senza rivoluzioni, senza cambi di paradigma improvvisi, nel nome della continuità. Per rendere bene l’idea, nella nazionale olimpica che ha conquistato la medaglia d’argento a Tokyo nel 2021 c’erano già sette dei giocatori che oggi sono campioni del mondo: Unai Simon, Marc Cucurella, Martin Zubimendi, Mikel Merino, Mikel Oyarzabal, Pedri e Dani Olmo. Se si allarga ulteriormente lo sguardo, il filo diventa ancora più evidente: Merino, Oyarzabal e Dani Olmo avevano già vinto con lui l’Europeo Under 21 del 2019 in Italia, insieme a Fabian Ruiz e Borja Mayoral. In un calcio sempre più ossessionato dall’immediatezza, De la Fuente ha costruito il suo successo attraverso la pazienza. Ha visto questi giocatori adolescenti, li ha allenati quando erano promesse e li ha ritrovati quando sono diventati dei campioni, dei leader. Conosce profondamente le loro qualità tecniche ma soprattutto le loro personalità, le loro fragilità, le reazioni che hanno quando vivono momenti difficili. Una conoscenza che nessun algoritmo e nessuna analisi tattica possono restituire. Quando la Federazione spagnola lo ha scelto come successore di Luis Enrique, la decisione è sembrata quasi conservativa. Non arrivava da una grande panchina e il suo nome non possedeva il fascino internazionale di altri candidati. In realtà quella della Federazione era una scelta radicale: affidare la Nazionale maggiore a chi aveva contribuito più di tutti a costruire il suo futuro.

Ecco che, quindi, la vittoria mondiale della Spagna non dovrebbe essere letta soltanto come un successo sportivo, ma soprattutto come una lezione gestionale, che dimostra che il talento da solo non basta, che anzi serve una struttura, serve metodologia e serve una visione del calcio moderno che non premi semplicemente chi possiede i giocatori migliori, ma chi riesce a creare il miglior ecosistema possibile affinché quei giocatori possano esprimersi. La Spagna oggi rappresenta esattamente questo. Un ecosistema perfettamente sostenibile, non una semplice squadra, un insieme che lascia, guardandolo giocare, la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo prima ancora che a una selezione di talenti, molti dei quali sono cresciuti insieme, hanno condiviso ritiri, finali giovanili, vittorie e sconfitte, attraversato le stesse tappe formative. De la Fuente è stato il filo che ha tenuto insieme tutto questo percorso. Non ha dovuto creare una cultura di squadra, l’ha semplicemente accompagnata fino all’età adulta.

IL FUTURO APPARTIENE ALLE IDEE

Per troppo tempo il dibattito calcistico italiano si è concentrato esclusivamente sui moduli: 3-5-2, 4-3-3,4-2-3-1. In realtà i numeri raccontano pochissimo, conta il comportamento, contano i principi e la qualità delle connessioni. La Spagna campione del mondo dimostra che il calcio contemporaneo appartiene alle squadre che riescono a pensare prima ancora che a correre. Alle squadre che occupano gli spazi meglio degli avversari e che trasformano l'organizzazione in talento collettivo, in una visione i  cui il vero fuoriclasse non sia soltanto il giocatore, ma il modello. Ed è forse questa la riflessione più amara per il nostro calcio. Mentre la Spagna alza la Coppa del Mondo, l'Italia dovrebbe smettere di cercare il prossimo salvatore in panchina e iniziare finalmente a costruire ciò che manca da troppo tempo: un'identità condivisa, moderna e riconoscibile, avendo finalmente imparato che le grandi vittorie non sono mai figlie del caso, ma sono sempre figlie delle idee.


Ultimissime notizie
Alessandro D'Aria
Match Analyst e Football Data Analyst certificato ed abilitato alla professione. Giornalista pubblicista iscritto all'ODG Campania, a fine anni '90 ha seguito da vicino il Napoli, sia Primavera che prima squadra.
Guarda suYouTube logo
Prossima partita del Napoli
NapoliNapoli
ArezzoArezzo
Napoli-Arezzo, i precedenti
Amichevole, 22 luglio alle 18:00