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Zaccone: "Sarri-Lazio, c'è una strana narrazione che coinvolge i tifosi del Napoli"


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Pubblicato nella sezione Interviste
Zaccone: Sarri-Lazio, c'è una strana narrazione che coinvolge i tifosi del Napoli

Maurizio Zaccone, giornalista e scrittore, ha analizzato i vari commenti sul passaggio di Maurizio Sarri alla Lazio ricordando quanto accaduto ai tempi del Napoli.


Maurizio Zaccone, giornalista e scrittore, attraverso le sue pagine social, ha commentato l'approdo di Sarri alla Lazio. Ecco quanto si legge: "C’è una narrazione che mi incuriosisce attorno al fatto che Sarri sia andato alla Lazio. Quella che taccerebbe di incoerenza, oltre lo stesso Sarri, la parte della tifoseria napoletana che a suo tempo ha raccontato la storica cavalcata verso il tricolore sfuggito con una narrazione fatta di “presa del palazzo”, “lotta al potere”, ecc. Sarri sarebbe passato da comunista a fascista, da uomo di sinistra a uomo di destra, ecc, e adesso lo si fa notare, ironicamente, a chi a suo tempo lo celebrava. Fatico a seguirli. Farei un breve rewind. Sarri fa l’allenatore. Ha sempre fatto solo quello. Quando è sbarcato a Napoli, per una congiuntura favorevole di più fattori (le sue doti comprese), si è trovato a lottare per lo scudetto. Che significava, per forza di cose, lottare contro dei “poteri forti”. Da allenatore a “comandante”, da conquista del tricolore (tentata) a “presa del palazzo” ci si è arrivati perché la tifoseria partenopea, a mio avviso genialmente, non ha aspettato che il tempo rendesse la storia una favola; l’ha creata parallelamente".


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Poi ha aggiunto: "L’ha creata con una narrazione parallela, tra l’altro non priva di una decisa carica d’ironia, che potesse caricare di altri significati la competizione sportiva. “Altri significati” per noi reali. Perché si sapeva di lottare contro un “palazzo”, contro uno strapotere che valicava il rettangolo di gioco, contro uno status quo che in troppi non volevano modificare. Anziché farlo con “rabbia”, lo si è fatto con sagace ironia; con allegria e intelligenza. Celebrando la “bellezza” in contrapposizione al losco potere politico. Celebrando le vittorie derivanti dal bel gioco a quelle conquistate con rigori compiacenti al 90°. Quella squadra era perfetta per quella narrazione. Quella narrazione era perfetta per quella squadra. In quel contesto si è preso un vestito e lo si è cucito addosso a Sarri; che non l’ha certo rifiutato (e bene ha fatto in quel momento) ma nemmeno si può dire che sia stato “regista” di questa storia narrata, di questa lettura delle gesta sportive. Com’è finita lo sappiamo; i bulli vincono, il “potere operaio” non conquista il palazzo. Che significa semplicemente che la Juve vince l’ennesimo scudetto; stavolta davvero non meritato. Le strade si dividono; Sarri continua a fare l’allenatore, con un bagaglio di esperienza aggiunta che lo arricchisce, e noi conserviamo il ricordo di un periodo magico. Il legame affettivo resta, perché troppo breve il tempo passato per abbandonare così precocemente il sogno agognato. Ma la storia era nostra. Sarri era solo l’uomo giusto al posto giusto. Un divorzio così rapido non l’hanno metabolizzato tutti; ed alcuni, a mio avviso erroneamente, hanno pensato che il Sarrismo fosse solo ed esclusivamente Sarri e non un’alchimia di più fattori dove la stessa piazza giocò un ruolo determinante. E gli hanno lasciato il vestito cucito addosso, forse nella recondita speranza che le strade potessero di nuovo incrociarsi, anziché consegnare la favola ai libri di storia. Un errore perdonabile, perché figlio dell’affetto, della gratitudine, della gioia di aver condiviso un triennio fantastico. Ma che stava creando un grosso equivoco; come quando si crede che l’attore di un film sia, nella vita reale, il personaggio che interpreta. Ad essere vera era la storia. Gli attori la impersonano; si calano nella parte. Ma poi, finito il film, passano ad altre storie.  Ecco, il Sarrismo è stato, come si dice, un “film tratto da una storia vera”. E’ vero, alcune dichiarazioni di Sarri hanno indotto a credere che non avesse smesso i panni del “comandante”. Che fosse e volesse essere qualcosa in più del grande allenatore che è. Ma l’equivoco si chiarisce definitivamente con Sarri alla Juve. Metabolizzata anche questa, tutti i pezzi possono ritornare al loro posto. Tutto dovrebbe essere definitivamente chiaro. Non c’è storia da cancellare, o da riscrivere. Quel che è successo, figlio di un “patto narrativo” tacito, rimarrà algidamente nella storia, schifo compreso per lo scippo dello scudetto. Sarri un grande allenatore, protagonista di quel periodo. La piazza partenopea geniale colonna sonora e voce narrante. Sarri alla Lazio per chi dovrebbe rappresentare una contraddizione, un’incoerenza? Non certo per i tifosi che l’hanno celebrato a suo tempo (praticamente tutti). Parte dei quali si sono anche sentiti pronti per eventualmente riaccogliere in patria non il “rivoluzionario”, ma il già bravissimo allenatore nel frattempo maturato con le nuove esperienze calcistiche. Semmai potrebbe essere una contraddizione solo per lo stesso Sarri o per chi, forzatamente, continua a vedergli addosso quel vestito irreale tra l’altro dismesso da tempo. Ma qualora fosse, francamente, non sarebbe un nostro problema. La metafora della rivoluzione politica per raccontare quella calcistica, era, per l’appunto una metafora. Perfetta per noi, perché nell’impresa tentata c’erano numerosi significati che andavano oltre il semplice gioco. Ma sempre di metafora si trattava. Chi non è riuscito a leggerla deve trovare in sé il proprio limite, non negli altri".


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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