Vittorio Feltri e l'amore per il calcio: "Mi manca! Da piccolo ero una schiappa, miravo agli stinchi"

Vittorio Feltri in un lungo editoriale sul quotidiano Libero racconta la sua grande passione per il calcio. Tanti gli aneddoti raccontati.
Vittorio Feltri grande amante del calcio, il giornalista bergamasco in un suo editoriale per Libero ha confidato tutta la sua passione per il calcio e il suo rammarico per lo stop forzato a causa del Coronavirus. Vi proponiamo qualche stralcio dell'articolo: "Chi non è un tifoso (brutta parola che evoca una malattia) leggendo queste righe farà spallucce, ma sono dedicate a quelli come me, numerosi, i quali, allorché vedono su un campetto di periferia un gruppo di ragazzini che si contendono quella che il mitico Carosio definiva sfera di cuoio, faticano a resistere alla tentazione di togliersi la giacca e gettarsi nella mischia per partecipare alla gioia della partitella. Cominciai da bambino a maltrattare l' attrezzo tondo. Negli anni Cinquanta era l'unico divertimento per noi fanciulli poveri di tutto, tranne che di energie da sfogare. Teatro dei confusi match era l' oratorio, sede di ogni svago giovanile, dove si svolgevano varie attività sotto lo sguardo bonario del curato, in primis il calcio, poi il cinema (film western), il tennis da tavolo. Al termine di ogni esercizio ludico si teneva un' ora obbligatoria di dottrina. Allora le preghiere si recitavano in un latino storpiato dall'ignoranza diffusa. Tuttavia andava bene lo stesso: il prete correggeva pazientemente gli sbagli marchiani. La nostra droga era la liquirizia, 5 lire al bastoncino nero".
Feltri prosegue nel suo racconto: "Io non ero un asso, bensì una schiappa, sopperivo alle mie lacune tecniche con una foga della quale ancora mi vergogno. Mi capita talora di incontrare un coetaneo che mi ricorda non senza malignità: più che avventarti sul pallone miravi agli stinchi. Una esagerazione però non infondata. Passano gli anni, addio all'oratorio, avevo altro da fare, eppure il calcio non l' ho mai trascurato del tutto: ho giocato a lungo nella quadra discreta del Corriere della Sera, impegnata nel torneo dei giornali, nel quale non ho mai perso di vista gli stinchi degli avversari che me ne urlavano di ogni colore. La domenica, dato che la tv era agli albori, appiccicavo l'orecchio al transistor per ascoltare Enrico Ameri e Sandro Ciotti che raccontavano con maestria ciò che accadeva sui campi della serie A. Era un godimento accresciuto dall'attesa spasmodica che succedesse qualcosa di importante. La mia domenica pomeriggio era segnata dai collegamenti con gli stadi. I radiocronisti avevano un linguaggio colorito, un po' gergale, e ti facevano vivere qualsiasi azione, benché complicata".
Feltri conclude arrivando ai giorni nostri: "Qualcuno ritiene di rimediare all'astinenza acquistando giornali sportivi. Che informano a riguardo di Dybala positivo e altre fregnacce. I colleghi della Gazzetta e di Tuttosport si impegnano narrandoci ciò che non esiste: il calcio giocato, l' unico che interessa la moltitudine. Che orrore. L'esistenza senza rigori e rovesciate prosegue lo stesso, ma che coglioni."







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