Santacroce shock: "Anche gli attaccanti mi urlavano "negro di m..."! Lo fanno per un solo motivo"

Il difensore ex Napoli ha parlato ai microfoni de La Verità dopo i fatti che hanno caratterizzato il boxing day.
“Chiudere tutto lo stadio è sbagliato, ci va di mezzo chi non c’entra nulla”. Wellington Fabiano Santacroce è un calciatore italiano di colore. Nato nel 1986 in Brasile, a Camaçari, nello stato di Bahia, padre italiano e mamma brasiliana, Fabiano a 2 anni si trasferisce con la famiglia in Brianza, a Correzzana. Estroverso, gioviale, ha due passioni: il cinema e il calcio. Nel 1995 compare nel video “Papà perché” di Zucchero; l’anno dopo interpreta il ruolo di Jermal nel film “Luna e l’altra” di Maurizio Nichetti. Il ruolo che lo attrae di più, però, è quello di difensore: sceglie la strada del calcio, impara a marcare nel Brugherio e poi nel Bellusco, poi passa alle giovanili del Como.
Nella squadra lariana debutta in serie C1 a 18 anni e si fa notare per agilità, abilità nell’anticipo e senso della posizione: si trova a suo agio sia come terzino che come centrale. Passa al Brescia in B, poi segue le orme dei suoi compagni Marek Hamsik e Daniele Mannini e nel gennaio 2008 approda in serie A, dove esordisce con il Napoli. Disputa tre stagioni in azzurro, costellate però da molti gravi infortuni. Dopo aver indossato le maglie di Parma, Padova, Ternana e Juve Stabia, oggi gioca a Cuneo. Ha disputato sette partite nella nazionale Under 21. Fabiano, che ne pensi di quanto successo a Kalidou Koulibaly?
“Sicuramente è stata una cosa tosta da sopportare per lui. So bene cosa significa essere presi di mira per il colore della pelle. A me è capitato già quando giocavo con le giovanili del Como. Avevo appena 16 anni quando ho iniziato a fare i conti con questo problema”
Che ricordi di quelle esperienze?
“In alcuni campi, ricordo che addirittura i genitori degli avversari ululavano o facevano quando prendevo palla o quando intervenivo. Mi stuzzicavano, cercavano di innervosirmi per farmi perdere la concentrazione. Anche gli stessi avversari, a volte, mi insultavano con epiteti razzisti, e parlo di settore giovanile”
Come reagivi?
“All’inizio male, non erano i classici insulti da stadio, quelli rivolti alla squadra avversaria: erano indirizzati a me in quanto persona di colore. Mi ripetevo di non farci caso, di restare concentrato sulla partita. Devo dire che è una cosa che tocca, ferisce. Poi, col passare del tempo, maturando, ho iniziato a capire che mi prendevano di mira perché ero forte, perché marcavo bene, perché non lasciavo respirare gli attaccanti avversari”.
Non c’erano regole, sanzioni per i tifosi che si lasciavano andare a insulti razzisti?
“No, non esisteva nulla. Credo che non si tratti di razzismo vero e proprio, ma di profonda ignoranza. Queste persone tentano di disturbare l’avversario che giudicano forte, di farlo innervosire. Sono degli imbecilli, degli ignoranti che per far perdere le staffe al giocatore avversario si comportano in quel modo. Del resto, mica lo fanno solo i tifosi …”
E chi altri?
“Io sono un difensore, sapessi quante volte gli attaccanti avversari, quando li marcavo bene, mi hanno insultato con termini razzisti…”
Anche in serie A?
“Certo, è capitato diverse volte anche quando giocavo col Napoli”
E che ti dicevano?
“Negro di merda e cose così. Lo fanno per innervosire, per provocare una reazione, per farti espellere. Mi dava molto più fastidio questo rispetto agli ululati dei tifosi”
Fuori i nomi..
“Assolutamente no”.
Di Carlo Tarallo - La Verità







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