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Ricordate Contini? L'ex difensore del Napoli oggi è un allenatore: "Zeman, il San Paolo, i problemi..."


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Pubblicato nella sezione Interviste
Ricordate Contini? L'ex difensore del Napoli oggi è un allenatore: Zeman, il San Paolo, i problemi...

Le parole dell'allenatore della Pergolettese: "Il pubblico napoletano capisce quando un giocatore dà l'anima e sputa sangue per la maglia".


Ricordate Matteo Contini, ex difensore del Napoli? Oggi allena la Pergolettese ed ha rilasciato un'intervista alla redazione di TuttoserieD.com. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni: "Rimpianti per la mia carriera? Non ne ho, anche perché non è il mio modo di vedere la vita. L’unica cosa che mi è dispiaciuta è stato l’infortunio alla caviglia rimediato in Spagna, ma pensandoci poteva andare anche peggio. In ogni caso ho cercato di togliermi più soddisfazioni possibile.

Dopo le giovanili con Varese e Milan, con cui tra l’altro ha vinto un Viareggio nel ’99, iniziano le prime esperienze tra i professionisti, in particolare in serie C. È davvero importante per un giovane andare a “farsi le ossa” nei campionati minori?


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"Parlando della primavera del Milan posso dire che forse quella non era la squadra più forte, ma c’erano bravi ragazzi e soprattutto un grande allenatore come Tassotti, che mi ha aiutato a crescere molto. In generale è molto importante andare a giocare, per iniziare a confrontarsi in campionati difficili come serie C e serie D in cui, se non hai carattere, non riesci ad emergere. Poi in quegli anni non c’erano le regole dei giovani, quindi se eri bravo riuscivi a giocare, altrimenti stavi fuori, al contrario di quanto succede adesso. Non so se fosse più giusto il modo di ragionare di allora, ma sicuramente in categorie come la B e la C c’era più meritocrazia".

Nella stagione 2003/04 arriva la chiamata dell’Avellino. La squadra, che chiuse il campionato con notevoli difficoltà, in ogni caso aveva alla guida un certo Zdeněk Zeman. Che personaggio è Zeman e quanto di lui ritroviamo nel Contini allenatore?

"Sicuramente fu una stagione negativa, culminata con la retrocessione, ma è stata, comunque sia, un’esperienza molto importante. C’era un allenatore che sul campo ti costringeva a lavorare tanto a livello fisico, ma ti faceva anche giocare un calcio propositivo, di attacco, senza badare troppo alla fase difensiva. Non c’era un allenamento in cui non mi divertissi. Magari agli occhi dei giornalisti e della stampa Zeman si è creato un certo personaggio, ma con i giocatori aveva un rapporto ottimo. Scherzava e rideva, dimostrandosi una bravissima persona. Sicuramente da lui ho ripreso alcuni movimenti in fase d’attacco. Ad esempio il taglio dall’esterno verso l’interno ma anche altri, che era un maestro a spiegare. Mi è servito tanto perché in fase di possesso palla aveva le idee molto chiare: bisogna giocare la palla senza buttarla via". 

Appena un anno dopo arriva l’esordio in Serie A con il Parma nella partita contro l’Inter, tra l’altro in uno stadio come San Siro. 

"Sono arrivato a Parma dopo il fallimento e fino ad allora non ero mai stato chiamato dal mister. Poi, da un giorno all’altro, mi sono trovato la casacca degli allenamenti da provare e non riuscivo a crederci. L’impatto è stato sicuramente molto forte. Possiamo dire che ho vissuto un esordio col botto, dato che dall’altra parte c’era gente del calibro di Vieri e Adriano. In ogni caso sentivo la fiducia dell’allenatore e dei compagni, soprattutto dei più anziani. C’era molta emozione, ma quando sei lì devi ballare, bisogna solo pensare a giocare e a fare il meglio possibile". 

Di campioni però quell’anno ne ha affrontati tanti, visto che siete arrivati in semifinale di Coppa Uefa, poi persa contro il CSKA. Avete sfiorato l’impresa.

"Si, quell’anno non siamo arrivati in finale per una serie di motivi anche se il CSKA era molto forte. Bisogna dire, però, che noi pensavamo molto di più al campionato rispetto alle coppe, e soprattutto che volevamo salvarci. Mi ricordo che nelle due semifinali, sia in quella di andata che in quella di ritorno, il mister lasciò fuori più di qualche giocatore proprio per preservarlo in vista delle gare di Serie A. Retrocedere sarebbe stato come un nuovo fallimento. Giocare in Europa è comunque un’esperienza bellissima, da italiano sembra quasi di stare a giocare per la propria nazionale contro un Paese rivale".

Nell’agosto 2007 si trasferisce a Napoli. Le prime due stagioni, con Reja e Donadoni, vanno alla grande e riesce a raggiungere addirittura il record personale di minuti in campo. Siamo forse nel momento più felice della sua carriera.

"Sono arrivato a ritiro finito, ma l’emozione di giocare al San Paolo davanti un pubblico del genere mi ha permesso di tirare fuori quel qualcosa in più, anche per confermare a sé stessi di poter stare in una squadra così importante. Si vedeva che era una società che voleva crescere, e che mi porterò sempre nel cuore. Il pubblico napoletano capisce quando un giocatore dà l’anima e sputa sangue per la maglia". 

Però nel terzo anno tra i partenopei ha trovato meno spazio. Cosa è successo?

"Abbiamo iniziato con Donadoni, poi visto che i risultati non erano a suo favore abbiamo cambiato con Mazzarri. Ho avuto anche dei problemi familiari, ero in un momento particolare della mia vita. Ho preso quindi la decisione di andare all’estero e sinceramente lo rifarei. Andare in Spagna (al Real Zaragoza, ndr) voleva dire comunque conoscere una nuova cultura, in cui il calcio si vive diversamente, con meno ansie e meno pressioni. Il livello che c’era in Spagna in quegli anni poi era molto elevato e siamo riusciti a raggiungere risultati importanti. Avevo inoltre la stima di un’intera città".

Allora perché non fare altre esperienze all’estero? Sentiva il bisogno di rientrare in Italia?

"Ripeto, avevo problemi familiari e dopo un anno e mezzo sono voluto tornare in Italia, sennò avrei sicuramente continuato la mia esperienza in Spagna o in altri campionati esteri. Lì si vive davvero in un ambiente affascinante, in cui il calciatore viene visto come una persona normale. Si notano le differenze con l’Italia". 

Da quale squadra si aspettava la chiamata? 

"Dall’Espanyol, nell’ambito di una trattativa che alla fine è saltata per diversi motivi. Loro non sono riusciti a chiudere un’operazione in uscita e non hanno fatto più nessun’entrata". 

Guardando al futuro, quali sono le sue ambizioni?

"Guardi, al momento penso solo al futuro imminente. Abbiamo un campionato ancora apertissimo, il massimo sarebbe riuscire a fare qualcosa di grande con questa società. Poi per il futuro ne riparleremo a fine campionato. Sicuramente nell’allenare ci metto tanta passione e dedizione. È un mestiere che mi piace ma non so dove posso arrivare, bisogna avere anche tanta fortuna ed essere al momento giusto nel posto giusto".


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