Renato Zero: "Il mio mestiere è nato a Napoli, la canzone italiana è venuta dopo. I De Filippo e Geolier..."

"La canzone napoletana non è mai morta, al massimo il fuoco che sembrava spento covava sotto le ceneri", le parole del grande artista.
Renato Zero torna a Napoli, con "Autoritratto", i due concerti-evento di domani (sold out) e dopodomani in piazza del Plebiscito. E la sorpresa - scrive Federico Vacalebre su Il Mattino - è davvero di quelle corpose: ha invitato sei colleghi sul palco, ha persino tradotto "Il carrozzone", uno dei pezzi più importanti della sua carriera, "nella lingua di Salvatore Di Giacomo e di Pino Daniele, che adoro". E lunedì 24, alle 17.30, sarà da Foqus, per un incontro pubblico e regalerà le nuove divise ai ragazzi del Montecalvario Calcio. Ecco alcuni passaggi dell'intervista: "In principio era la canzone napoletana, poi è venuta quella italiana. Il mio mestiere è nato qui, rendo onore a quella stagione e ad un'incredibile categoria di artisti. Di amici a Napoli ne ho tanti, qualcuno non potrà esserci, come Avitabile e D'Alessio, con altri ci divertiremo insieme".
Poi ha aggiunto: "Peppe Barra lo seguo da quando andava in scena con mamma Concetta: è un maestro perché è stato discepolo di cotanta maestra. E come erano e sono belle le famiglie d'arte napoletane: i Barra, i supremi De Filippo, i Rondinella, i Da Vinci, i Maggio... C'era chi insegnava, chi apprendeva bambino e poi spostava l'asticella ancora un po' più in alto. Anzi c'è ancora, ma solo a Napoli".
Ed inoltre ha concluso: "La canzone napoletana non è mai morta, al massimo il fuoco che sembrava spento covava sotto le ceneri. È sempre nata in strada, ai tempi di Caruso come ora che la star è il giovane rapper. E, ai tempi del tenorissimo come di Geolier, i talenti esplodono, non li puoi fermare. Penso alla figlia del nostro caro amico Mango: passano tanti ragazzi senza arte nè parte nei talent show, poi arriva lei, piccolina, dinamite pura: un miracolo. Come Napoli e la sua canzone, che pure lei sa frequentare".






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