Pastore: "Incontrai Pelč, gli misi la tessera sotto al naso. Ho una domanda su Maradona"

Rosario Pastore, giornalista, ha raccontato alcuni episodi della sua storia personale e professionale legati al grande Pelč.
Rosario Pastore, giornalista sportivo napoletano, in passato firma prestigiosa de La Gazzetta dello Sport, ha commentato la notizia della morte di Pelè, uno dei più grandi calciatori di sempre, all'età di 82 anni. Queste le sue parole: "Anno 1958. Avevo, pensate un po', la... bellezza di 18 anni. Ed ero chiuso in casa a prepararmi per l'esame della vita, la maturità classica, sui banchi dell'Istituto Pontano dei, per dirla alla Peyrefitte, "buoni padri Gesuiti", a Cariati. Già, chiuso in casa, con papà e mammà impegnati a lavorare, con mio fratello Giovanni freschissimo medico-chirurgo. Ma una compagnia ce l'avevo, il televisore. Che, per la seconda volta in Italia, trasmetteva in diretta, dalla Svezia, un mondiale di calcio (la prima volta, 4 anni prima, era stato dalla Svizzera, con la Germania Ovest campione... un po' così). Alla scrivania delle mie poche "sudate carte", mi innamorai del Brasile, un innamoramento che non sarebbe più finito e che infatti dura ancora oggi. Ed eccolo, quel diciassettenne (vero, anche lui era dell'80, ma i 18 non li aveva ancora compiuti) dal nome lunghissimo, Edson Arantes do Nascimento, ma dal soprannome breve come un battito d'ali di farfalla, Pelè. Forse fu lui a determinare quei rallentamenti della preparazione che avrebbero partorito gli inciampi nell'esame di filosofia e, sì, anche di matematica. Me la sarei cavata solo per un soffio, evitando non so come di essere rimandato ad ottobre".
"In compenso, avrei assistito a prodezze straordinarie di un giovane nero che era sceso sulla terra a miracol mostrare. Sono convinto che, a quel punto, mi rimanevano due strade: o diventare professionista del pallone o cercare di raccontare al meglio questo sport. Data la mia spropositata mediocrità nel gioco (ero uno di quelli che finiva irrimediabilmente a giocare in porta, ma anche fra i pali ero un disastro totale), non mi rimase che la seconda strada. Nella vita, solo una volta avrei incontrato di persona il brasiliano. A Roma, quattro anni dopo, da collaboratore di un quotidiano del pomeriggio che si chiamava "Momento Sera". Il Santos era in tournée e io, con la mia tessera Coni, andai all'Olimpico e poi, dopo la partita, mi intrufolai, insieme ai più grandi, ai giornalisti "veri", negli spogliatoi. Pelè davanti a me, ci pensate? Anzi, che dico, io davanti a Pelè. Non trovai di meglio che mettergli la tessera sotto il naso, con una penna. E lui, distrattamente, ci scrisse sopra un chiarissimo Pelè. Lo avrei rivisto poi solo in tv e, dopo, nei suoi tantissimi impegni da ambasciatore del calcio. Ma quell'impatto da ventiduenne, quella firma sul tesserino sono ricordi talmente chiari che mi pare siano accaduti ieri".
"Se ne è andato uno stratosferico personaggio e - scrive Pastore - molto modestamente al fianco di tante illustri persone, lo piango anch'io. Aggiungendo, però, una domanda che mi pare legittima: perché, da ogni parte, questi inauditi sforzi di voler paragonare questa stella di prima grandezza al Diez? Noi napoletani non lo facciamo, non ci sembra il caso e probabilmente sappiamo che si tratta di un'impresa inutile. A questo esercizio ci si sono dedicate firme di prima grandezza nel firmamento del giornalismo calcistico".
"Ed io continuo a chiedermi: perché? Forse perché non aspettavano altro che di rimettere in discussione Diego Armando Maradona? Possibile che lo abbiano sofferto tanto? Cosa succederà fra cent'anni, quando Messi, Mbappé e, ma sì, Cristiano Ronaldo saluteranno il mondo a loro volta? Si richiamerà in causa il Pibe? Ok, se a loro sta bene così, facciano pure. Sappiano, però, che il giochetto sarà ancora una volta inutile. Se non ridicolo. E quindi, non è sufficiente onorare in pace un grandissimo che se ne andato? Un grandissimo che ha raggiunto il paradiso degli autentici eroi del calcio. Dove è stato accolto come merita".








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