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Martha De Laurentiis: "Aurelio non era il tifoso di famiglia, quando comprò il Napoli fummo sorpresi!"


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Pubblicato nella sezione Interviste
Martha De Laurentiis: Aurelio non era il tifoso di famiglia, quando comprò il Napoli fummo sorpresi!

Americana della Pennsylvania, la moglie di Dino divide le sue origini fra Germania e Gran Bretagna e ha un pezzo di cuore che batte sul golfo partenopeo.


«Ero al Berlinale per lavoro, ma mi ha chiamato un’amica e mi ha invitato per un pizza-dinner a Napoli. Non ho resistito - spiega al Corriere del Mezzogiorno - ed eccomi qua». Martha Schumacher De Laurentiis è sempre pronta a coniugare impegno professionale e gusto per le cose che ama di più e, fra queste, la città di suo marito Dino, il grande produttore che seppe costruire un solido ponte cinematografico fra Italia e Stati Uniti. Americana della Pennsylvania, una vera wasp alta e biondissima, che divide le sue origini fra Germania e Gran Bretagna, ha un pezzo di cuore che batte sul golfo partenopeo.

Visto il suo amore per Napoli, c’è la possibilità che il Comune le offra la cittadinanza onoraria?


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«Inutile dire che se dovesse avvenire — spiega la responsabile della struttura produttiva, ceo della De Laurentiis Company — per me sarebbe motivo di orgoglio e felicità. Un atto che mi stringerebbe ancor di più a Dino e al suo mondo. Ho conosciuto l’assessore alla cultura Daniele e in queste ore anche il sindaco de Magistris, con i quali possono nascere interessanti collaborazioni. Sarebbe bellissimo diventare napoletana se pure “ad honorem”. D’altra parte negli ultimi tempi mi sono impegnata anche nel tentativo di dare alla vera pizza partenopea lo status di cibo protetto dall’Unesco e collaboro con l’Istituto di cultura italiano di Los Angeles per promuovere la cultura napoletana e il suo cinema. Una passione per la città e i suoi dintorni, in particolare Torre Annunziata dove era nato e Capri dove si era rifugiato alla fine della guerra, che mi è stata trasmessa proprio da mio marito. E sa come? Nel suo modo d’essere: vulcanico, ribollente, sempre carico di un’energia tutta vesuviana, ma anche con le tante storie, alcune delle quali, mi ha confessato, non aveva detto nemmeno ai propri figli. Pensate, almeno una volta all’anno doveva assolutamente venire a Napoli per ricaricare le batterie di quella forza magmatica che solo questa terra ti sa regalare. Un’abitudine che io ho ereditato e amplificato».

In che modo?

«Comprando una casetta a Capri, in via Tragara, parte di una villa divenuta un grazioso condominio, dove immancabilmente vengo ogni due mesi, anche perché amo infinitamente il mare e quella traversata mi regala piacere e vitalità».

Ha realizzato così il sogno di Dino?

«Sì, lui era legatissimo all’Isola azzurra, perché dopo essere fuggito dal fronte nel 1943, si trasferì a Capri. In molti conoscono la storia delle bottigliette di Canadian dry abbandonate dai soldati americani di stanza sull’isola, raccolte da Dino e poi riempite di acqua della Grotta Azzurra per essere rivendute come souvenir d’Italie. Ma non molti sanno invece dell’incontro a New York con uno di questi soldati».

Ce lo racconta?

«Era il 1981, quando scoprì che l’autista del taxi che lo portava verso Manhattan era stato nelle truppe di stanza a Capri. E fu proprio lui a raccontargli della bottiglietta portata via come ricordo. Non so cosa avrebbe dato per portarsela a casa. Ma il tassista non ne volle sapere».

Torniamo alle sue giornate napoletane. Ha un luogo del cuore, un ristorante preferito? 

«Mi è rimasta dentro piazza Dante, perché andavamo spesso al ristorante “53”, gli ricordava la sua infanzia al Convitto Vittorio Emanuele. Poi amo anche “Mimì alla ferrovia” e per quanto riguarda gli alberghi l’Excelsior, dove eravamo ospiti fissi. Ovviamente ogni volta che vengo mi capita di incontrare tanti amici come Enzo e Annalisa De Paola o la famiglia Morgano o ancora Ianuaria Piromallo. Poi, quando era ancora in vita, era immancabile la visita a mia cognata Rosa a Torre Annunziata, che faceva una straordinaria pasta con le melanzane e le famose zucchine alla scapece. D’altra parte adoro la buona cucina, che era anche uno dei cardini della nostra vita di coppia, insieme ovviamente all’amore, la famiglia, il lavoro e perché no, il calcio, che col tempo ho imparato a seguire».

Foste allora contenti quando il nipote Aurelio acquistò il Napoli?

«Non ce lo aspettavamo, anche perché non era lui il tifoso di famiglia, ma il giovane Edoardo. Poi però siamo stati felici, quando possibile, di vedere le gare in tv proprio con Aurelio e famiglia. Persone a cui sono molto legata e che continuo a incontrare quando sono in Italia. Aurelio è vulcanico come Dino, mentre il figlio Luigi mi ricorda molto il nonno omonimo. Infine Jacqueline è una vera signora».

Come mantiene forte il legame con Napoli quando è in California? 

«Dino aveva tutti i canali tivù, e Un posto al sole era il suo serial preferito. Ma mi ha passato soprattutto il gusto per la musica napoletana. In particolare la raccolta dalle origini alla fine del ‘900 registrata da Roberto Murolo, che aveva il potere di rilassarci. Penso alla sua versione di ’O sole mio . E poi Sergio Bruni e perfino Pino Daniele, ma con un debole soprattutto per Peppino Di Capri, che cantò al matrimonio della figlia Raffaella a Montecarlo, e alla festa dei suoi 80 anni organizzata proprio a Capri».

La musica, quindi, e il cinema? Il rapporto con attori e registi napoletani?

«Dino aveva prodotto sulla sua città capolavori come Napoli milionaria , Totò a colori , Miseria e nobiltà , L’oro di Napoli . E quindi aveva lavorato molto con Totò, con il quale bastava uno sguardo, un gesto, una battuta in dialetto, per capirsi. Ma il discorso vale anche per Eduardo e Vittorio De Sica, che diresse lo straordinario film a episodi sceneggiato da Giuseppe Marotta e Cesare Zavattini».

Torniamo all’oggi e alla sua attività. Come può incrociarsi con Napoli? 

«Innanzitutto devo dire che questa città è un set incredibile, dove si può davvero trovare una location adatta per ogni necessità, dai luoghi antichi a quelli modernissimi, dal mare alla collina, dal sottosuolo al vulcano, le isole e così via. So che esiste anche un’apposita Film commission e che qui recentemente si gira tantissimo. L’importante, lo dico come produttrice, è che si mantengano i costi bassi, per non spingere i colleghi ad andare all’estero a costruire set finti, come la Firenze che abbiamo rifatto in Romania per il nostro Michelangelo televisivo. E poi sarebbe importante creare qui tutta la filiera del lavoro cinematografico, in modo da diventare del tutto autosufficienti».

E c’è una sua proposta? 

«Sì, la realizzazione di un film sulle Quattro Giornate, di cui è pronta già la sceneggiatura scritta da due autori americani, Dean Mc Creary e Chester Hestings, come me appassionati di storia e di Napoli, che parte da un presupposto totalmente diverso dal film di Nanni Loy. Ovvero raccontare quella vicenda attraverso gli scugnizzi che l’hanno resa possibile, prima che arrivassero gli americani. Non tutti sanno come sono andate veramente le cose e noi vorremmo raccontarlo. D’altra parte il fenomeno dei ragazzi coinvolti nella guerra è attualissimo, dall’Africa al Medioriente. Stiamo mettendo insieme i fondi e poi partiremo con casting e riprese. C’è anche un progetto lirico, con un’opera su Dante Alighieri, per il quale va ancora definita la produzione e gli eventuali teatri interessati».

Cinema e teatro. E la tv? Per lei sempre più impegnata nella produzione di serial come “Hannibal”? 

«Sta per iniziare una serie televisiva in partnership con MediaSet ed eOne ispirata allo scandalo di Wilma Montesi. La serie affronterà il momento culturale della Dolce Vita degli anni Cinquanta, tenendo insieme il glamour che si estendeva da Roma a Napoli, passando per Capri, e le dinamiche di spionaggio perseguite dalla Cia». (Stefano De Stefano - Corriere del Mezzogiorno).


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