"L'infermiera mi fece cadere da un metro e mezzo". La sofferenza e i dolori di Ibrahimovic
"Da ragazzo, i genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra". I dolori di un genio del calcio.

La seguitissima pagina di Facebook "Romanzo Calcistico", riporta i passaggi di una intervista rilasciata (al Corriere della Sera) da uno dei calciatori più amati, odiati e discussi di sempre, ovvero Zlatan Ibrahimovic, che per alcuni è senza dubbio uno dei migliori della storia di questo sport. Ecco alcuni passaggi: "Il mio primo ricordo? La Jugoslavia. C’era ancora il comunismo, un altro mondo… Da bambino ho sempre sofferto. Appena nato, l’infermiera mi ha fatto cadere da un metro d’altezza".
Poi ha aggiunto: "In Svezia ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato emarginato. E all’inizio reagivo male, mi isolavo. Poi ho imparato a trasformare la sofferenza, e pure l’odio, in forza. Benzina. Se sono felice, gioco bene. Ma se sono arrabbiato, ferito, sofferente, gioco meglio. Da uno stadio che mi ama, prendo energia. Ma da uno stadio che mi odia, ne prendo molta di più".
Quindi ha proseguito: "Quando fui sorpreso a rubare? I miei compagni avevano i vestiti firmati, io la tuta della squadra. Non avevo calzini, solo i calzettoni da gioco, e mi prendevano in giro. Mi dovevo arrangiare. Quella volta mi beccarono a rubare dei vestiti. Ero con un amico, telefonarono al padre. Il mio per fortuna non lo trovarono, gli scrissero una lettera. Ogni giorno mi alzavo all’alba per controllare la cassetta della posta. La trovai prima e la stracciai; altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Sulla disciplina mio padre era severissimo".
Inoltre un grande dolore: "Lui, mio padre, per la guerra soffriva tantissimo. Ogni giorno arrivava la notizia della morte di una persona che conosceva. Era straziante. Aiutava i rifugiati, però cercava di tenermi al riparo. Ha sempre tentato di proteggermi. Quando morì sua sorella, in Svezia, non mi lasciò andare all’obitorio. Però, quando è morto mio fratello Sapko, di leucemia, io c’ero. E mio fratello mi ha aspettato, ha smesso di respirare davanti a me. Papà non ha buttato una lacrima. Il giorno dopo ha pianto dal mattino alla sera. Da solo. Non lo dimenticherò mai…".








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