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L'incredibile storia di Lavecchia: "Sei anni alla Juve. Non avevo più un euro, ora faccio il benzinaio"


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Pubblicato nella sezione Interviste
L'incredibile storia di Lavecchia: Sei anni alla Juve. Non avevo più un euro, ora faccio il benzinaio

"Vincevo le sfide di palleggi con Davids! La Thailandia e neanche un euro per mangiare". Il racconto dell'ex Juventus fa il giro del web.


Raccontiamo, scriviamo e parliamo sempre di chi ce l’ha fatta. Della rovesciata di Cristiano Ronaldo (pazzesca), delle super giocate di Messi, del gol da centrocampo di Ibra. Ne parliamo perché è giusto, perché il calcio – come all’Allianz Stadium – si sublima in arte. E l’arte deve essere raccontata. Ne parliamo – anche – perché in fondo al bar, a tavola o in piazza con gli amici pensare a Ibra o Ronaldo ci fa sentir bene. Comprime i nostri desideri tristemente repressi da una realtà spietata, apre l’orizzonte di un argomento di facile consumo e, per un attimo, ci fa immaginare (anche) l’inimmaginabile: essere lì, al loro posto.

Non parliamo quasi mai di chi non ce l’ha fatta. Ci arroghiamo il diritto (inesistente) di chiamarla selezione naturale. No, signori, non è selezione naturale. E’ il deprecabile slogan di un mondo che non ti perdona niente, che ti ama quando vinci e ti odia quando perdi. Un mondo pazzo, schizofrenico, senza il benché minimo equilibrio. Pazzo, schizofrenico e assurdo, a tratti. Come la storia di Alessandro La Vecchia. Trentatré anni. Pochi per smettere di sognare, troppi per pensare di recuperare il tempo perduto. Giusti per un’analisi di una vita incredibile (nel bene e nel male).


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Gianlucadimarzio.com incontria Alessandro nella sua Orvieto. In Piazza del Popolo, sono quasi le 19. Il sole irradia il celebre Palazzo con gli ultimi raggi del giorno. La bellezza di Orvieto, un gaudente borgo medievale che trasuda storia in ogni dove ubicato tra Firenze e Roma, è simmetrica ai suoi abitanti. Persone semplici, accoglienti, generose. Tra una passeggiata e l’altra per il Corso Cavour non disdegnano mai un sorriso. In una dimensione semplice ma allo stesso tempo eterea. Aperta, calorosa. ‘Perché poi tanto, che studi o che lavori, si ritorna sempre qui…’.

E questi proverbi popolari, anacronistici nel mondo anglofono, non sbagliano mai. Perché gli anziani sono la coscienza di ogni aggregato sociale. Non è retorica, è vita. Come quella di Alessandro. Quindici anni dopo. Cominciamo il nostro viaggio da Piazza del Popolo. Facciamo un gioco, ogni tappa del centro storico un passaggio della tua vitaA 15 anni lascio l’Orvietana per andare alla Juventus. Pietro Leonardi, a quel tempo Responsabile del Settore Giovanile bianconero, mi nota e mi chiama a Fano per fare un provino. Era il 2000, punto d’avvio della mia esperienza alla Juventus che durerà fino al 2006. Ho fatto tutta la trafila nelle giovanili bianconere, ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Giocavo sotto età, in Primavera i miei compagni di squadra erano… (un sorriso malinconico) … Giovinco, Marchisio, Criscito, Peluso…potrei continuare (ride)”. Prima di incamminarci verso il secondo step, Piazza Sant’Andrea, Alessandro ci esplica il primo (dei tanti…) colpi bassi del destino… Nel 2006, dopo essermi allenato per cinque mesi con la prima squadra di Fabio Capello, avrei dovuto esordire a Livorno, l’ultima giornata. Purtroppo non è mai successo, quel giorno un po’ mi tormenta, mi torna in mente, mi chiedo ‘perché?’. Ma va beh, solite domande esistenziali che più te le fai e meno riesci a trovare una risposta…”.

Che la realtà non sia all’altezza della fantasia è asserzione tautologica. Ma è altrettanto tautologico che, a cavallo degli anni duemila, Alessandro La Vecchia era davvero uno dei giocatori più promettenti del settore giovanile bianconero. Perdiamoci un po’, naufraghiamo nel dolce mar degli aneddoti… “Un giorno ero a bordo campo ad assistere ad un’amichevole della prima squadra. Vedo che il magazziniere si avvicina ad Edgar Davids e mi indica… ‘Quel ragazzino palleggia meglio di te’. Edgar dopo neanche mezzo secondo prende un pallone e me lo lancia… ‘Vediamo che sai fare!’. Facciamo una gara di palleggi, alla fine vinco io…beata fortuna (ride)! L’altro aneddoto è con Claudio Marchisio, un ragazzo d’oro che già all’epoca aveva qualità – umane e professionali – incredibili. Dopo un mio gol esultiamo con lui che mi ‘pulisce’ lo scarpino…”. Sorride nostalgicamente Alessandro, come ogni ricordo bello ma finito non secondo le nostre aspettative: se ci vai a ripensare profondamente, alla fine, finisce sempre per farti del male. E mentre ci incamminiamo, di nuovo, per Corso Cavour… “Ne ho un altro di ricordo bello, bellissimo. Ero appena rientrato a Torino dal prestito all’Ivrea per un infortunio. Sabato pomeriggio, mi chiamano dalla società… ‘Domani mattina fatti trovare al campo di allenamento che servono dei giocatori per fare un’amichevole contro la prima squadra’… Arrivo per primo al campo, segno due gol, a fine partita Capello mi si avvicina e mi fa.. ‘Ma tu che ci stai a fare qua? Con chi giochi?’… ‘Gioco con la Berretti perché ho litigato con Chiarenza, allenatore della Primavera e lì non ci vado più’… ‘Bene, da domani ti alleni con noi fino a fine stagione. Ciao’. Cinque mesi in mezzo a Ibra, Emerson, Cannavaro, Thuram, Buffon, Del Piero, Trezeguet, Nedved…”.

2006. La fine. Uno di quei de profundis inappellabili. Non sempre c’è una seconda opportunità nella vita. Che sia giusto o che sia sbagliato non siamo noi a deciderlo. Siamo arbitri soltanto per ciò che da Lassù ci hanno concesso di essere tali. Non dimentichiamolo. E’ finita per colpa mia. Per i miei errori, ne ho fatti tanti e troppi. Sono caduto nella dipendenza da cocaina ed uscirne è stato un inferno. Perché poi non riesci a dire la verità. Racconti stronzate a tutto e a tutti, in primis a te stesso. Facevo una vita sregolata, piena di cazzate, una dietro l’altra. La mia famiglia non poteva starmi troppo dietro sia per un discorso di possibilità economiche sia per un discorso di tempo. Mio papà aveva avuto un incidente grave sul lavoro e non poteva esserci. Ho sfidato il destino. Troppo e troppo a lungo. Non lo fate, ragazzi, non lo fate. Tanto alla fine vince sempre lui. E ricordatevi che gli artefici di tutto, alla fine, dobbiamo essere sempre noi. Noi e basta”.

C’è un silenzio incredibile intorno a noi. Piove, tira un vento dannato. E’ freddo. Cala anche il sole. E pensare che sarebbe dovuto essere l’amato sabato del villaggio. E le parole di Alessandro risuonano come il rumore continuo di un martello nella deserta Piazza del Popolo alla quale, completamente inzuppati d’acqua, siamo ritornati. Nel 2007 risolvo il contratto con la Juventus con due anni di anticipo. Una follia, la peggiore di tutte. E intanto tutti quelli che nei sei anni precedenti si fingevano amici miei scomparivano, uno dopo l’altro, lentamente. Riparto dal Trento in Serie D. Retrocessione, fallimento della società e crociato rotto dopo dieci giornate. Va bene, non mi lamento, ero fatalista a quel tempo. Anche troppo. Ho voluto fare il c…. ora pago le conseguenze. Va bene, non c’è problema”. I problemi arrivano dopo, infatti…

Il tempo passa, Alessandro va per i trenta. Siamo nel 2012 (metaforicamente). Realisticamente siamo nel bel mezzo di una tempesta d’acqua inenarrabile. “Tramite un mio amico che è un agente di un campione del mondo di Muay thai (arti marziali), vado a fare un provino con una società della prima divisione thailandese. Il provino va bene, dopo qualche mese torno giù per firmare il contratto ma all'appuntamento non si presenterà mai nessuno. Per prendere quel volo avevo speso tutti i soldi, non avevo più una lira nel portafoglio. Mi ritrovo a Bangkok senza nulla. Niente. Non avevo nemmeno la possibilità di prendere un biglietto per la Metro. Non mi bastavano i soldi. Viaggiavo a piedi in una città di 16 milioni di abitanti. E mangiavo riso, l’unica cosa che potevo permettermi, anche a colazione. Solo quello. Non avevo un posto dove dormire, mi aiutava un missionario italiano che avevo conosciuto qualche tempo prima e mi aveva messo a disposizione un letto d’ospedale. Nel frattempo perdo mio papà Enrico che si toglie la vita. Grazie all’aiuto di alcuni amici veri, di quelli che ci sono sempre stati, riesco a prendere il biglietto di ritorno per l’Italia…”.

Beve un sorso d’acqua Alessandro, tutto d’un fiato come quando hai tanta paura e racconti di getto. Come quando in un sogno cadi in mezzo a qualcosa e ti svegli di soprassalto. Si siede, beve un altro bicchiere d’acqua. Piove come se non ci fosse un domani. Alessandro dopo la Thailandia va in Romania, in una squadra della seconda divisione. Dura pochi mesi poi fallisce la società. Il destino? No, basta. Non lo nominiamo più. “Ci sono, ci sono, riprendo…E’ il 2016. Dopo quindici anni è finito tutto davvero. Ritorno a Orvieto, devo cominciare una nuova vita. Non ho un euro. Non ho i soldi, non ho un lavoro. Non ho più niente. Vado a fare il cameriere per un ristorante che si trova qui, in centro storico. Un giorno viene a mangiare una pizza un ragazzo, Giorgio Russo, che parlando scopro giocava l’anno prima in una società della prima divisione estone. Faccio passare qualche mese e lo contatto tramite internet. Mi spacco il c… giorno e notte per trovare i soldi per prendere un aereo per andare a fare un provino in Estonia. Mi prendono, la maglia col nome. Il primo giorno che me l’hanno data ho pianto dalla mattina alla sera”.

Cinque mesi dopo, Alessandro torna a OrvietoRicevo un’offerta di lavoro dalla famiglia Maggi che ha una ditta importantissima di impianti di carburante. Ora faccio il benzinaio a Foligno, mi sveglio tutte le mattine alle 5 e faccio avanti e indietro Orvieto-Foligno. Ma lo faccio col sorriso, la famiglia Maggi mi ha salvato la vita e non esagero se dico questo. Poi nel fine settimana vado a fare qualche straordinario per permettermi la possibilità di andare fino su a Trento a vedere mio figlio. Voglio ringraziare ancora, e non sarà mai abbastanza, la famiglia Maggi, Simone Ermini e la sua famiglia, Enrico Porrini. Quegli amici che ci sono sempre stati. Non ho più niente è vero, mi bastano loro…”.

Chiudiamo al Duomo il nostro viaggio. Il vento, dopo averci squarciato quattro o cinque ombrelli, si è finalmente calmato. Il sole ha ormai lasciato il posto ad una oltremodo splendente luna che irradia con il suo candore la facciata ineguagliabile di ciò che – per antonomasia – rappresenta la città di Orvieto. E’ stato un piacere Alessandro, grazie… “Voglio dire un’ultima cosa se posso…Ora ho 33 anni e mi sento davvero bene con me stesso. Non guardo più indietro, non guardo più a quello che sarebbe potuto essere. Guardo all’oggi, a quanto sia bello essere padre, a quanto sia bella questa meravigliosa nostra città, agli amici veri che ci sono sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte. La mia vita è stata assurda, forse anche troppo. Sogno, un giorno, di scriverci un libro. Chissà…Ma sapete cosa vi dico, però? Che non la cambierei con nessun’altra…”.

Guardo Alessandro, vorrei tanto dirgli anche solo mezza parola, ma non ne trovo il coraggio. Di quei momenti nei quali provi a parlare ma le parole non vogliono proprio saperne di uscire dalla tua bocca. Anche perché non per tutto, non sempre bisogna per forza dire qualcosa. Lo abbraccio. Un abbraccio sincero. Non smettere mai di sognare, Alessandro...


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