L'ex pm Guariniello: "Mi voleva la Juventus, papà disse no. Poi mi sono occupato degli scandali"

L'ex pubblico ministero Raffaele Guariniello ha parlato della sua carriera soffermandosi anche sull'aneddoto inedito sul tesseramento della Juventus.
Raffaele Guariniello, pm nel processo doping che riguardò la Juventus, è stato intervistato dall'edizione torinese de La Repubblica, per parlare della sua vita e della sua carriera professionale: "Cosa faccio per nascondere i miei ottantun anni? (Sorride). Beh, vado in palestra tutte le mattine dalle 7 alle 8 e poi faccio 40 vasche. L’ho sempre fatto, mi prendo cura di me. Per quanto riguarda il colorito, spesso lavoro sul terrazzo di casa e poi ho una carnagione particolare, basta che guardi il sole e subito mi coloro. Un terrazzo dove? Qui, via Massena è il mio mondo, sono cresciuto e ho sempre vissuto qui. Prendevo parte alle processioni che passavano da qui. Mio padre, Antonio, faceva il sarto e aveva un negozio proprio in questa strada. Un tempo, sono del ’41, non c’erano macchine e noi bambini giocavamo e scorrazzavamo in strada".
"Spesso papà usciva dal negozio e mi sgridava perché non dovevo sudare. Se giocavo a pallone? (Sorride). Certo. Ovvio. Le dirò di più, frequentavo la parrocchia di San Secondo ed è lì che stavo per diventare il numero 10, il nuovo Sivori, ovvero il mio idolo. Cioè ,per spiegarmi meglio: io ero un bravo giocatore, facevo grandi dribbling. Ero un numero 10 naturale. Giocavo così bene che erano venuti a vedermi degli osservatori per farmi entrare nella giovanile della Juve. Si era interessato Boniperti!. Potevo diventare famoso (anche) in un altro ambito! (Ride)? In effetti… Ma mio padre, avevo 13 anni, non era d’accordo. Voleva che continuassi a studiare. Se ci sono rimasto male? Beh, insomma, un po’. Quando mi sono occupato (da magistrato) degli scandali nel calcio italiano e ho messo le mani in quel mondo, ho spesso ripensato a quel momento in cui sarei potuto diventare il numero 10. E posso dire di essere stato molto fortunato perché ho intrapreso un sentiero di formazione diverso".
"Se sono ancora tifoso? Sì, sono ancora tifoso, ma poco. Però il mondo del calcio si è ammalato: penso anche alla violenza inaudita che si scatena fuori e dentro lo stadio. Ricordo quando andavo con mio padre a vedere la Juve, si applaudiva quando l’una o l’altra squadra faceva gol o una bella azione. L’umanità è peggiorata! E questo sport si è modificato. Comunque ho giocato spesso nelle partite che si organizzavano tra magistrati e avvocati. Che ruolo avevo? Ma scusi, che domande. Il numero 10 ovviamente!" (Ride). Ha concluso Guariniello.








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