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Izzo: "Mi chiamò il Napoli, non pagavano e mollai. Promisi una cosa a papà prima di morire"


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Pubblicato nella sezione Interviste
Izzo: Mi chiamò il Napoli, non pagavano e mollai. Promisi una cosa a papà prima di morire

Armando Izzo ha raccontato la sua infanzia difficile e i primi vagiti della sua carriera da calciatore attraverso il portale Cronache di Spogliatoio.


Armando Izzo, difensore napoletano del Torino, racconta la sua infanzia difficile sulle pagine di Cronachedispogliatoio.it. Ecco alcuni stralci dello struggente racconto del calciatore napoletano di Scampia: "Una cosa era certa: quando nasci senza niente, l’unica cosa che puoi mettere in palio è il cuore. Cresci senza regole e il calcio ti tende una mano. Per me il calcio sono le continue partitelle in strada. Per me il calcio è mio padre che torna dai viaggi di lavoro. La sua Fiat Uno che spunta da dietro l’angolo e io che lo guardo alla finestra. Faccio finta di nascondermi aspettando il suo fischio. Sì, mio padre fischiava sempre e in quel momento per me era il suono più bello del mondo. L’unico che volevo ascoltare. Lo attendevo come un bambino attende il Natale: scendeva dalla macchina ogni volta con un pallone diverso, uno per ogni città in cui si spostava per vendere le sue stoffe. Uno della Roma, uno della Lazio, uno dell’Inter, uno del Milan. Il calcio sono io che scendo come un pazzo le scale, le stesse che percorrevo faticosamente con le casse d’acqua in mano. In quei momenti non mi sembravano né ripide, né massacranti. Erano solo il passaggio per la felicità".


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Inoltre, Izzo, aggiunge: "Come quando mi chiamò il Napoli. Ma non pagavano, così mollai. Non potevo permettermelo. Mi richiamarono due anni dopo e Paolo Palermo, che sarebbe diventato poi il mio agente, quel giorno era sugli spalti. A fine amichevole mi disse: ‘Ti do io uno stipendio, tu continua a giocare’. Così mi trovò un modo per recarmi ogni giorno al campo del Napoli, la squadra che ho sempre tifato. Sono cresciuto con le cassette di Maradona e mano nella mano con mio padre andavo al San Paolo. Quando ci ho giocato contro con il Genoa, anni dopo, il team manager Fabio Pinna prima che entrassi in campo dalla panchina mi ha abbracciato. Aveva capito quanto contasse per me quel momento. La maglia di Higuaín la conservo ancora, insieme a quella del mio primo gol in Serie A è la più significativa. Ho dato questa soddisfazione a mio padre. Lui lo sapeva già che sarei arrivato: prima di andarsene mi disse che mi sarei occupato io dei miei fratelli. Sapeva già tutto. Quel giorno la mia famiglia piangeva, io no. Ero già proiettato su come accudirli e salvarli".


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Gaetano Brunetti
Giornalista pubblicista dal 2012, ama da sempre il giornalismo. In passato ha collaborato tra l'altro con Cronache di Napoli ed Il Roma. Premiato alla 22° edizione dell'Oscar Campano del Calcio.
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