Inter, Lautaro: "Dopo 3 mesi volevo andare via, mi aiutò Icardi. Nina? Sensazione orribile"

Lautaro Martinez, attaccante dell'Inter, ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni de La Nacion in cui ha raccontato molti retroscena della sua carriera.
Ai microfoni de La Nacion, Lautaro Martinez, attaccante dell'Inter, si racconta: "Il primo anno all'Inter è stato difficile. Ora è cambiato tutto. Sono felice. Mia figlia Nina? So che per un mese e mezzo, se le cose andranno bene per la Nazionale, non la vedrò. All'inizio questa cosa mi ha reso un po' triste, è stato difficile per me accettarlo, ma la mia famiglia sa che rappresenterò il Paese, ed è quello che amo fare. È più di un anno e mezzo che non posso andare a Bahía Blanca, che è il mio posto. Dove respiro, dove prendo energia, dove sto con i miei amici. E ora non potrò nemmeno andarci. Dico ad Agustina, tra il serio e il faceto: 'Domani andremo a vivere a Bahía Blanca'. È il mio posto nel mondo".
Lautaro racconta la nascita della figlia: "Quella notte non ho dormito per niente... La bambina è rimasta nell'incubatrice, sono dovuto andare ad allenarmi perché il giorno dopo dovevamo giocare la prima semifinale di Coppa Italia contro la Juventus, in casa. Immaginate, è nata mia figlia... Ho finito l'allenamento nel pomeriggio, poi sono semplicemente tornato a casa perché accettavano una sola persona in ospedale e dentro c'era la madre di Agustina. Ho dovuto passare la prima notte lontano da lei. L'avevo abbracciata, ma era sotto ossigeno, è stata una sensazione orribile. Da quando è nata tutta la mia vita è cambiata. Ho cambiato il mio modo di vivere le cose, non solo a casa. Mi ha fatto maturare. Penso a ogni cosa due o tre volte, sono molto più calmo. Anche in campo: prima saltavo le partite perché mi ammonivano facilmente, per aver protestato. Nina mi dà tranquillità. Il professore dell'Inter mi ha detto che ha capito che sono diverso, molto più coinvolto nel gruppo, più leader. Sento di essere maturato molto".
Lautaro ricorda poi l'arrivo all'Inter: "Quando è arrivata l'Inter, il direttore sportivo è venuto a trovarmi a Buenos Aires. In quei colloqui, gli ho chiesto se la maglia numero 10 fosse libera. Ha detto 'bene, vediamo'. Quando sono andato a Milano per firmare il contratto, me lo hanno chiesto di nuovo e io ho insistito che volevo la 10. Mi hanno detto: 'Guarda, il 10 è stato sulle spalle di Ronaldo, Baggio, Sneijder, questo e quell'altro...'. Ho detto loro che ne ero consapevole, ma che mi piaceva la sfida: 'La amo'. Ho firmato e fatto la foto con il 10".
Il primo anno in nerazzurro è stato tutt'altro che semplice: "Mi è costato, mi ha scioccato. Sono passato dal Racing, dove segnavo gol, la gente cantava il mio nome ed ero sempre un titolare, a un nuovo Paese, un nuovo club, una nuova lingua... Sapevo che mi sarei dovuto adattare, ma non che sarebbe stata così dura. Dopo tre mesi avevo già detto che volevo andarmene, non volevo saperne di più. Nessuno avrebbe potuto sopportarmi. A volte prendevo la macchina e andavo in giro da solo. Era pazzo, non pensavo a nulla. Poi c'è stato un cambiamento Mauro (Icardi, ndr) mi ha dato una mano gigantesca in quel momento, lo ringrazio sempre. Sono molto felice che il primo anno mi sia servito come apprendimento. Già nel secondo anno ho giocato di più, le cose sono cambiate. E in questo, molto di più: sono tornato in Argentina completamente soddisfatto e felice. Ho giocato 38 partite su 38 in Serie A, 6 su 6 in Champions e 4 su 4 in Coppa Italia. E abbiamo vinto il campionato. È il mio primo titolo da professionista, ed è arrivato tre mesi dopo la nascita di Nina. Ha un altro sapore questa vittoria".






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