Giovinco: "Ibra mi disse: sei stupido. Non avevo fatto niente"
L'ex calciatore della Juventus, Sebastian Giovinco, ha raccontato diversi retroscena sul sito della Vecchia Signora.

Sebastian Giovinco ha rilasciato alcune dichiarazioni sul sito della Juventus: "Chissà se il bambino che per la prima volta si metteva addosso la maglia della Juventus si sarebbe immaginato di percorrere tutta questa strada in bianconero e nel mondo. Chissà se si sarebbe immaginato di ritrovarsi, a 36 anni, a scrivere da Toronto sentendosi a casa. Ricordo i primi passi alla Juve. Giocavo in una piccola squadra in periferia e il sogno era quello di tutti: approdare in una grande squadra. Figurarsi che emozione arrivare lì! Eppure, all’inizio non ero pienamente convinto, non volevo lasciare i miei vecchi amici, quelli con cui giocavo da sempre. Il primo impatto non è stato facile, diciamo che non è stato un inizio da favola, sembrava tutto troppo grande. Ma ho tenuto duro, imparando a adattarmi, cosa che nella vita poi mi è tornata estremamente utile, e ovviamente l’ho fatto grazie alla mia famiglia.
La famiglia è stata fondamentale per me e non ha mai smesso di sostenermi: quanti sacrifici hanno fatto! So che sono sacrifici che chiunque abbia un figlio o una figlia con il mio stesso sogno conosce bene. Mio papà Giovanni faceva chilometri per accompagnarmi, usciva prima da lavoro, e doveva anche dividersi tra me e mio fratello, dato che avevamo orari diversi. Loro ci sono stati anche nei momenti più difficili. Quei momenti fanno parte della crescita, ma solo una volta ho pianto da bambino, non ricordo nemmeno più il motivo, forse perché non avevo giocato qualche partita, e anche lì sono stati loro a darmi la forza per non mollare.
È quello che cerco di fare anche io con mio figlio Jacopo. Anche lui gioca a calcio, qui a Toronto, e voglio che sia consapevole del valore delle cose e che non pensi mai che qualcosa sia scontato solo per il cognome. Ora gioca nella squadra B della Academy, perché per stare nella squadra A ha bisogno di lavorare di più. Lui è intelligente, capisce, si sforza per provare a migliorare e soprattutto si diverte. Questo mi rende felice.
Torniamo alla Juve, che è stato il passaggio chiave della mia carriera. Il mio percorso è noto, passando dalla Primavera fino alla Prima Squadra. La prima volta che ci arrivai era la Juve di Capello, una Juve fortissima. Ti allenavi con loro e ovunque ti voltassi c’era un campione. Ricordo Ibra che massacrava tutti, faceva battute e stuzzicava in continuazione. Una volta, era una delle prime, passò accanto a me e mi disse “You’re a stupid boy”. Rimasi un attimo stupito. Stupido? Perché? Non avevo fatto niente. Non ho detto niente e ho continuato ad allenarmi, poi, conoscendo il personaggio, ho capito. Era il suo modo di testarmi, voleva vedere come reagivo alla pressione. Se uno si buttava giù e rimuginava, evidentemente, non era pronto, mentre se uno riusciva a farsi scivolare tutto addosso poteva anche reggere la pressione di stadi e avversari.
Quell’insegnamento, insieme a tutti quelli che ho imparato alla Juve, li ho portati con me ovunque. Se ci penso, ho speso alla Juve praticamente la metà della mia vita, e lì non impari solo il calcio. Anche qui non posso dimenticare il supporto della mia famiglia, lo ripeto a costo di sembrare noioso, ma devo tutto a loro. Poi, però, quando la famiglia non c’era, dovevi stare in linea con la squadra e con le regole della società. Impari l’importanza del rispetto a tutti i livelli, la puntualità, la precisione, la cultura del lavoro. Senza queste cose non sarei riuscito a fare niente di quello che ho fatto dopo
Anche perché il primo salto con i grandi è stato difficile. Magari qualcuno non sente tanto la differenza, io l’ho sentita. A livello di ritmi e di fisicità soprattutto. A me, tra l’altro, in tanti hanno detto spesso che ero troppo piccolo per raggiungere certi palcoscenici. Me ne sono semplicemente fregato, mi sono fatto scivolare addosso i dubbi degli altri. Penso sia importantissimo non permettere agli altri di farci perdere la fiducia in noi stessi e la voglia di arrivare. Io, quel salto, sono riuscito a farlo. Ho sopperito con l’intelligenza in campo, provando a leggere le situazioni in anticipo, puntando sulle mie qualità. E alla fine, con la Juve, ho coronato il sogno di tantissimi: vincere lo scudetto. È stato speciale e non troverei le parole per descriverlo".
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