Gigi D'Alessio: "Maradona fece sua una mia canzone e a Dubai ci scambiammo le scarpe"
Il noto cantautore napoletano, Gigi D'Alessio, ha parlato anche del Napoli nel corso della sua intervista ai microfoni del quotidiano Il Mattino.

Gigi D'Alessio, dopo il doppio sold out allo stadio Maradona, si esibirà a settembre in Piazza del Plebiscito per ben sette date (sei delle quali hanno già fatto registrare il tutto esaurito). Ma il cantante partenopeo è anche un grande tifoso del Napoli.
Il cantautore napoletano ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni del quotidiano Il Mattino: "Il Napoli è una passione che si tramanda da padre in figlio. Mio padre mi portava allo stadio a vedere le partite: si faceva merenda e si andava a tifare. È uno dei ricordi più belli della mia infanzia. La prima volta al San Paolo? Avevo dieci anni. Fu un colpo al cuore: lo stadio pieno, i cori, i colori. Resti senza parole. Poi col tempo impari a conviverci, ma quella prima volta rimane scolpita dentro di te".
E la prima esibizione nello stadio del Napoli? "Il 7 giugno 1997. Una data che porto nel cuore: salire su quel palco, con la curva davanti, fu una sensazione unica, di orgoglio e appartenenza".
Poi è arrivato Maradona. Che impressione ebbe del suo arrivo? "Quando lo annunciarono, avevo 17 anni. Fu uno shock: non eravamo abituati a nomi di quella portata. Bastarono poche partite per capire che avevamo il numero uno assoluto".
Tra lei e Diego si è creato un legame speciale, confermato da vari episodi. Uno su tutti riguarda la canzone «Si turnasse a nascere». "Sì, la scrissi pensando alla mia vita, non a lui. Tutto nacque a Dubai, dove stavamo girando un documentario per una televisione argentina. Rimasi a casa sua quindici giorni e, durante una pausa di quell’intervista a specchio, gli dissi che stavo per pubblicare un nuovo album e gli feci ascoltare la canzone. Rimase colpito e mi disse: “Ma come? Mi hai dedicato una canzone e non me l’hai detto?”. Si sentiva rappresentato e volle addirittura essere il protagonista del videoclip. Era il suo modo per ringraziarmi, ma anche per dire che quelle parole parlavano di lui. Non era nata per Diego, eppure la fece sua. Da lì la nostra amicizia diventò ancora più forte".
Ha anche un ricordo personale legato a una cena con lui… "Sì, nel 1987, al Rosolino. Eravamo in pochi, il locale era tutto per noi. A un certo punto Diego volle cantare e io mi sedetti al pianoforte ad accompagnarlo. Non ricordo bene se fosse “Perdere l’amore” o “’O surdato ’nnammurato”. L’ho accompagnato tante volte che faccio fatica a fissare un brano preciso. Quella sera conobbi un Maradona diverso: intimo, felice di cantare tra amici".
C’è anche l’episodio delle scarpe che oggi conserva come un cimelio prezioso. "Successe sempre a Dubai. Avevamo lo stesso numero di piede. Mi chiese: “Perché non me le regali?”. Io risposi: “Diego, sono le mie uniche scarpe!”. Lui sorrise e disse: “Ti do le mie”. Così ce le scambiammo. Le sue scarpe oggi sono a casa mia, le tengo come un tesoro".
Era presente anche alla famosa punizione contro la Juventus… "Sì, la punizione impossibile contro Tacconi. Io ero lì: vidi il pallone sollevarsi come se avesse vita propria, infilarsi all’incrocio quando nessuno pensava fosse possibile. Pioveva a dirotto, il campo era pesante, ma Diego in quelle condizioni si esaltava. Continuava a dire a Pecci di toccargliela indietro, e lui non voleva. Alla fine cedette, e Maradona dipinse quel capolavoro. Era il 3 novembre 1985: la Juventus veniva da otto vittorie consecutive, ma al San Paolo si fermò".
Lei ha vissuto anche il calcio prima di Diego, da ragazzino. Cosa ricorda? "Il Napoli di Savoldi. All’epoca c’era persino un pallone che portava il suo nome: per noi ragazzi era un sogno calciarlo. Poi arrivò Maradona, e fu come passare dal mito all’eternità".
C’è un altro calciatore del Napoli a cui è particolarmente legato? "Abbiamo amato tutti i calciatori che hanno indossato la maglia azzurra, ognuno ha lasciato qualcosa. Ho un rapporto speciale con Insigne, Politano, Di Lorenzo e i fratelli Cannavaro. Potrei citarne molti altri".
Ha mai pensato di produrre un calciatore-cantante? "No, loro cantano come io gioco a pallone (ride). Però da ragazzo me la cavavo bene, solo che ero troppo magro!".
Con Lucio Dalla, invece, ha inciso un brano che non parlava di calcio ma di storia… "Sì, insieme a Lucio Dalla, Sal Da Vinci e Finizio. Non c’entrava il calcio, era un racconto di Napoli. Dalla non era tifoso di calcio: seguiva il basket. Però quella collaborazione resta una delle esperienze più belle della mia carriera".
Che rapporto hanno i suoi figli con il calcio? "Tutti tifano Napoli. Quando gioca la squadra ci ritroviamo davanti alla tv, facciamo confusione, condividiamo la partita. Luca, in particolare, è sempre stato un bravo calciatore".
Tra poco sarà di nuovo protagonista in Piazza del Plebiscito… "Sì, dal 19 al 23 settembre e poi ancora il 26 e 27. Sarà una festa con il pubblico della mia città. Piazza del Plebiscito è il cuore di Napoli, e cantare lì è sempre un privilegio".
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